Autore: Massimo Piccinini

  • Cocktail con il vino, eresia o sepòfa’?

    Cocktail con il vino, eresia o sepòfa’?



    Non fate quella faccia…

    Vostro nonno metteva le pesche nel vino e lo allungava con la gassosa: cos’era, se non un invention test di mixology?

    Ebbene sì, secondo me il primo cocktail in cui è stato usato il sacro nettare è assolutamente vino e gassosa, nella versione mezzo e mezzo (come piaceva ai contadini abruzzesi) o sciampagnino, coniato dai marinari.
    Realizzato per far durare di più il vino? Per ammorbidire i fermentati contadini imbevibili? Non ci è dato saperlo, ma fatto sta che mischiare le bevande ce l’abbiamo nel sangue.

    Come al solito, il mondo enologico è diviso: usare il rosso del nonno per un cocktail va bene, ma cambiamo tutti faccia se si alza la qualità del vino. Tipo:

    “Buono questo Bellini, che spumante hai usato?”
    “Krug Grande Cuvée 173ème Édition (e le pesche di Eurospin)”


    I superalcolici sì, il vino no?

    In fondo per i superalcolici funziona così:
    a 18 anni bevevi la vodka del discount con la lemonsoda fake dalla barista carina in discoteca.
    A 30 ci metti 3 ore a scegliere un gin e una tonica dalla carta infinita del cocktail bar al 13° piano.

    Ma per il vino no.
    Il nettare sacro non si mischia!
    Eppure…


    🧡 SPRITZ, IL COCKTAIL ITALIANO PIÙ FAMOSO AL MONDO

    (Che hanno inventato gli Austriaci)

    Sì, raga. L’invenzione di questa pozione magica si deve proprio ai soldati austriaci che, verso la fine dell’800, decisero che il vino bianco friulano (all’epoca si chiamava Tocaj — ma questa storia ve la racconto un’altra volta) era troppo forte e iniziarono a spruzzarci — spritzen, in teutonico — dell’acqua frizzante.
    (Potevano vincere la guerra?!)

    La magica bevanda a base di acqua frizzante e vino bianco si è diffusa in tutto il nord, in particolare a Venezia e Padova, dove ne hanno fatte due versioni:

    • con vino bianco e bitter Select
    • con prosecco e bitter Aperol

    Una fettina d’arancia a guarnire, e con il diffondersi della moda dell’aperitivo tutta Italia ha iniziato a farsi di bevande arancioni.

    Parere mio?
    Ottima scusa per mischiare il prosecco da 1 euro con un goccio d’Aperol e farlo pagare 7 euro.
    (Si finisce sempre al vile denaro.)


    🍷 SANGRIA: IL MIX LATINO PARTY ADDICTED

    (Che poi è un po’ pesche e vino del nonno)

    C’era la luna e c’erano le stelle, c’era una nuova emozione sulla pelle e secondo voi che c’era da bere?

    Pinot nero di Borgogna? No.
    Barolo del Monferrato? No.
    Chablis Premier Cru? Ma come ti viene in mente.

    C’erano 5 litri del fiaschetto preso in offerta al supermercato, messi dentro una brocca (o, se sei fortunato, in mezza anguria scavata) con frutta a piacere, un goccio di rum e dello zucchero.

    Detta così non la berrebbe neanche la mia cagnolina Penny, ma se sei in estate e porti la sangria… si accende subito il party.

    • Primo bicchiere: ti viene in mente Ricky Martin che canta La Copa de la Vida
    • Secondo: Despacito
    • Terzo: piangi sulla bachata No vale la pena enamorarse

    Parere mio?
    Sì, lo so che fa cagare e che domani avrò il mal di testa… ma dammi un altro sorso che mi parte il Bad Bunny.


    🥂 IL RE È NUDO. ANZI, TROPPO VESTITO:

    LO CHAMPAGNE NELLA MIXOLOGY

    No, raga. Va bene spritz e sangria…
    ma con Sua Maestà non ce la faccio.
    Sì, lo so che il parere personale lo devo mettere alla fine.
    Quindi vediamo prima che si sono inventati i barman.

    🍋 French 75

    Praticamente gin + champagne.
    Nel gin ci si mette la tonica, non lo champagne, cribbio!
    C’è chi dice che lo abbia inventato un barista americano durante il proibizionismo, chi invece lo attribuisce a un barista dell’Harry’s Bar di Parigi negli anni ‘20.
    Unica certezza: prende il nome da una pistola dell’esercito francese.

    🍇 Kir Royal

    Champagne + crème de cassis (liquore al ribes).
    La storia vuole che lo abbia inventato un cameriere a Digione con del vino bianco (Aligoté), unito a questa crema di ribes.
    È piaciuto talmente tanto al sindaco (Monsieur Kir) che ha iniziato a farlo servire ovunque.
    Poi ci hanno aggiunto lo champagne, l’hanno chiamato Royal, e via:
    Bellini → Bellini Royal
    Mimosa → Mimosa Royal
    Rossini → Rossini Royal

    Se ti sembra di averlo sentito è perché era il cocktail preferito di Emily in Paris.

    Parere mio?
    Non sono male, ma se sostituisco lo champagne col prosecco (così mischiato) non te ne accorgi.
    E fidati che lo farò, perché se fai un Kir Royal con un Jacques Selosse te lo rovescio addosso.


    🌶️ SPICY SAUVY B & I TREND SOCIAL

    Raga, il mondo è questo.
    Basta con l’inutile retorica del “si stava meglio prima”, “spegnete i cellulari e parlatevi” oppure “io sono figo perché non ho i social”.

    La comunicazione parte da lì.
    E se oggi scopri un cocktail nuovo, come lo fai girare?
    Esatto: TikTok.

    Ed è proprio lì che è nato lo Spicy Sauvy B: sauvignon blanc + rondelle congelate di jalapeño.

    “Perché proprio il Sauvignon?”

    spoiler: spiegone tecnico in arrivo.

    Nel Sauvignon ci sono le pirazine, molecole aromatiche che danno quel tipico sentore di peperone verde.

    Quindi il genio su tiktok ha pensato:

    “Se ci sento il peperone… ce lo metto davvero.”

    Parere mio?
    L’ho fatto. È buono. Il Sauvignon Blanc non viene stuprato.
    Il finale spicy è gradevole e la foto è Instagrammabile.


    🧠 MORALE DELLA FAVOLA?

    Abbiamo una fortissima passione per la critica e riteniamo il vino una bevanda intoccabile. E ci sta.
    Critichiamo i francesi che mettono il ghiaccio nel vino, ma loro riescono a essere strafighi perché lo chiamano “vin à la piscine”.

    Il vino è il vino, i cocktail sono i cocktail.
    Ma a volte basta aprire la mente per scoprire nuovi mondi.
    E magari anche nuovi modi di bere.

    E se non ti parte la voglia di uno Spicy Sauvy B, forse stai leggendo il blog sbagliato.


    In vino veritas… ma anche no!

    Ma intanto… iscriviti, ché è gratis. E porta anche un po’ di jalapeño.

    🎧 Canzone suggerita per leggere l’articolo:
    “Somebody to Love” ma la versione live di George Michael al Freddie Mercury Tribute
    (Mica ti aspettavi Bad Bunny.)

  • I COSTI DEL VINO

    I COSTI DEL VINO

    (E SE L’OSTE C’HA MESSO L’ACQUA?)

    QUANTO HO SPESO IN VINO NEL 2024?

    Non lo so. Non lo voglio sapere.
    Ho provato a fare i conti, ma a metà estratto conto ho preferito aprire uno Chablis e farmelo passare.

    E quando dico “quanto ho speso in vino” non intendo solo le bottiglie.
    Intendo TUTTO:

    • Bottiglie online (perché 6 è il nuovo 1),
    • Bottiglie al supermercato (“era in offerta!”),
    • Bottiglie in enoteca (“me l’ha consigliata il tipo, sembrava uno serio!”),
    • Bottiglie al ristorante (“per festeggiare!” …che cosa non si sa),
    • Degustazioni,
    • Fiere,
    • Masterclass,
    • Cantine,
    • Abbonamenti
    • Corsi con sommelier che ti spiegano cosa hai sbagliato a bere negli ultimi 15 anni…

    A fine anno potrei averci speso più che per la macchina.
    Anzi, una Panda benzina beve meno di me.

    MA PERCHÉ IL VINO COSTA COSÌ DIVERSAMENTE?

    Due cose le sappiamo tutti:

    1. Il vino può costare da 2 euro a 475.000 euro.
      (Sì, hai letto bene. Cifra da Lambo, ma in bottiglia.)
    2. La stessa bottiglia può costare 10 euro in cantina, 30 in enoteca, e 70 al ristorante fighetto dove anche il pane ha un sommelier dedicato.

    E quindi ti viene da chiedere:

    “Ma cosa sto pagando davvero?”

    “Ma quanto costa sto Brunello? 100 euro ma sei fuori?”

    IL BRUNELLO PICCININI: COSTO, SUDORE E LACRIME

    Facciamo un gioco: sono un vignaiolo. Ambizioso. Sognatore.
    Voglio fare un grande vino. Non uno qualunque. No.
    Voglio fare un Brunello.

    Primo step?
    Devo comprare un ettaro a Montalcino → un milione di euro circa.
    (Per intenderci: ci compri un appartamento a Milano. Con vista. E vicino a un’enoteca.)

    Ora pianto la vigna.
    Ma sorpresa! La vigna non produce nulla per i primi 4-5 anni.
    Quindi ci verso soldi, amore, speranza… e ricevo in cambio foglie.

    Arriva finalmente la prima vendemmia.
    Vinifico, fermento, affino.
    Ma il disciplinare del Brunello dice:
    minimo 5 anni prima di venderlo.
    (Tradotto: altri 5 anni senza una lira)

    Alla fine passano 10 anni da quando ho avuto l’idea.
    Nasce il mio Brunello Piccinini.
    E qualcuno ti dice: “Scusa, ma 100 euro per una bottiglia? Esagerato!”

    Ecco, spiegagli che gli stai vendendo vino, ma anche 10 anni di vita e 14.000 notti insonni.


    E non c’e’ un modo per accelerare i tempi? NO!

    Ovviamente, Massimo Piccinini sono io e non produco brunello ma scrivo articoli simpatici e le motivazioni che portano a determinare il prezzo di una bottiglia sono infinite ma vi ho fatto il raccontino così capite la differenza

    e il Sassicaia? aspe’ mo ci arriviamo!

    LA STESSA BOTTIGLIA, 3 PREZZI (E’ CRISI DI IDENTITÀ RAGA!)

    Prendi una bottiglia da 30 euro in enoteca.
    Al ristorante la trovi a 50.
    Nel ristorante stellato è a 70.
    Stessa annata. Stesso tappo. Stesso tutto.

    E a quel punto ti viene voglia di farti una bottiglia di sarcasmo.

    La cosa buffa è che un ricarico ha senso:
    ci sono costi di servizio, bicchieri lavati, personale formato, cantine climatizzate, e uno che sa cosa darti (forse).

    L’AIS (io vengo da un altra parrocchia ma l’ais e’ sempre l’ais) propone delle percentuali “suggerite”:

    • Fascia bassa (5 €) → 200% → 15 €
    • Fascia media (15 €) → 100% → 30 €
    • Fascia alta (30 €) → 50% → 45 €

    Ma se la stessa boccia la vedo a 80 €, e me la versa uno che mi chiama “capo”, mi sento un po’ preso per il culo.

    L’ESEMPIO: TREBBIANO D’ABRUZZO AMOROTTI 2022

    Una bottiglia eccellente (non e’ sponsor ma se il Sig. Amorotti vuole…)
    Prezzo medio in enoteca: 30 euro.
    Nei ristoranti non la trovi a meno di 50.
    E se stai in un locale stellato in centro a Roma, tocca gli 80-100 euro.

    Soluzione dell’ Assaggiatore Divino (che sarei io!)

    Comprala:

    • In cantina (spesso con sconti e storie vere),
    • Online (ma fai attenzione ai fake),
    • In enoteca seria con oste che ti guarda negli occhi e ti capisce.

    Quel tipo lì vale più della Gioconda.
    Gli osti bravi sono patrimonio UNESCO.
    (Quando li trovi… salvali in rubrica e girami i contatti).

    LA DIFESA AMERICANA

    IL DIRITTO DI TAPPO (CHE NON ABBIAMO MA DOVREMMO)

    Negli USA si portano il vino da casa.
    Pagano il “corkage fee”: 5–30 $ per farsi aprire la bottiglia, usare i calici e il secchiello.
    Fine. Nessun dramma.

    In Italia?
    Provaci tu a entrare in un ristorante con la boccia in borsa.
    Ti guardano come se stessi per far saltare la cucina.

    Ma pensaci: se lo normalizzassimo, potremmo finalmente bere bene al ristorante, senza chiedere un prestito Agos per ogni brindisi.

    (se un giorno succederà giuro che sboccio il tavernello da Cracco!)

    I MITI (Romanèe conti, Laflaive Montrachet e altri mutui)

    secondo voi quali sono i vini più costosi al mondo?

    Spoiler: no champagne .. cioè ce ne sono di carissimi ma non sono i più cari.

    In Francia c’e’ una regione che si chiama Borgogna o Bourgogne (dipende da quanto ti vuoi atteggiare) che è paragonabile all’umbria e marche messe insieme senza mare,ma con micro-terroir baciati da Bacco in persona, la vite li ha trovato tutte le megafantastichecondizioni per proliferare, maturare e dare vita (in particolari parcelle di terreno che loro chiamano “cru” ) a vini che costano di media intorno ai 15-16000 euro a bottiglia, si non c’e’ nessun errore, in realta questo avviene nella zona nord (cote d’or) e in un particolare “clos” che si chiama Domaine de la Romanèe, una bottiglia di Romanee conti è stata battuta all’asta per circa 475000 euro.

    momento,momento,momento…

    non voglio fare il poveraccio della situazione ma due considerazioni le devo fare 15000 euro sono 15000 euro, ci esce una panda, ma indipendemente da questo, il vino piu’ caro che ho bevuto si aggirava sui 400 euro ed era una cosa spaziale ma già il prezzo era assolutamente fuori mercato.

    Mi puoi raccontare quello che vuoi, vigneti eroici, lieviti selezionati, affinamento in botti di unicorno ma (a mio parere) nessun vino vale di più di 100 euro tutto il resto è marketing e storytelling.

    MORALE DELLA FAVOLA?

    Spendere tanto per un vino ha senso solo se ti emoziona.
    Se ti accende. Se ti fa venir voglia di scrivere poesie o mollare tutto per aprire una cantina.

    Altrimenti, risparmia.
    Compra bene.
    E ricordati che non tutti i grandi vini hanno un grande prezzo.
    A volte il miglior abbinamento è:
    vino giusto + compagnia sbagliata.

    E se proprio vuoi bere il Romanée-Conti, aspetta che muoia uno zio ricco.

    In vino veritas ma anche no ma rifletti: a 5 euro che ti possono dare?

    E comunque, il Brunello Piccinini arriverà. Prima o poi.
    Magari in bag-in-box, ma con molto amore.

    Canzone consigliata per leggere l’articolo “Money” dei Pink Floyd


  • ABBINAMENTO CIBO/VINO

    ABBINAMENTO CIBO/VINO

    alla ricerca della felicità (ti smonto le credenze manco fossi all’ikea)

    Partiamo da un dogma:
    l’abbinamento perfetto non esiste.
    Così come non esiste la vita perfetta, il marito perfetto o la carbonara vegana.
    Eppure da quando siamo piccoli ci bombardano con “vissero felici e contenti”, principi azzurri, belle addormentate e altre bugie da favola.
    Ovviamente, nessuna favola racconta cosa succede dopo il matrimonio.
    Ecco, l’abbinamento perfetto è come quel “dopo”: sognato, idealizzato, ipotetico.

    Allo stesso modo veniamo educati a rituali alcolici senza senso.
    Chi non ha mai stappato il Berlucchino per brindare alla torta con la panna?
    Chi non ha mai pensato che “Ostriche & Champagne” fosse l’essenza del godimento?
    Beh, spiaze! è tutto sbagliato.

    Ma vi spiego perché.


    CONTRAPPOSIZIONE E CONCORDANZA: ovvero “la regola degli opposti che si attraggono”

    Immaginate la scena:
    lei dolce, sensibile, un po’ timida.
    Lui spavaldo, navigato, uno di quelli che non deve chiedere mai.
    Come finisce la storia?

    Avete capito

    Però con il vino funziona.
    La contrapposizione è il vero cuore dell’abbinamento:

    a parità di “struttura” e “persistenza”:

    • cibo sapido → vino morbido
    • cibo grasso → vino acido
    • tendenza dolce (non dolce!) → vino sapido

    È chimica. È equilibrio.
    Ed è l’unica cosa da sapere.
    Facile? NO.

    La concordanza vale solo con i dolci:


    dolce + dolce = bene
    dolce + secco = tragedia nucleare


    Al prossimo compleanno di Nonna, metti via il Ferrari che conservi da Natale e compra un Moscato. O almeno un Recioto.


    IL LUNAPARK DEL SOMMELIER: “LO STELLATO”

    Esiste la normalità. E poi esiste la bolla.
    (Per una volta, non parliamo di Franciacorta o Champagne.)

    La bolla è quel mondo fatto di stories filtrate,
    di grandi serate milanesi e piatti serviti su lastre di ardesia.
    È lì che vivono gli stellati: ristoranti-spettacolo dove le chefstar impiattano poesia da 3 cm cubi, e dove il wine pairing diventa arte — e moda, (abbiamo tutti in mente le flexate dei tipi della gintoneria)

    Menù degustazione: 150 euro.
    Con pairing: 230.
    Il sommelier gode a stappare,
    lo chef gode ad incassare,tu godi a bere.

    il tuo portafoglio se la vede un po’ peggio.

    ma vi immaginate a fare lo stesso “pairing” da Nennella o dar Bottarolo?
    Magari su un fiore di zucca fritto o sulla pasta patate e provola?
    Nel migliore dei casi, ordiniamo “un mezzo litro della casa” e via.
    Rosso d’inverno, bianco d’estate, vino della casa tutto l’anno.
    Perché in fondo: spendo poco, mi ubriaco uguale.

    GLI ABBINAMENTI FATTI IN CASA (ovvero:ma lo scemo sono io che ancora ci provo )

    Metti che ci provi davvero.
    Che studi, ti applichi, cerchi di far combaciare acidità, grassezza, sapidità, succulenza,tannini e tutto il resto.
    Arriva il pranzo in famiglia, sei carico, hai preparato una verticale ragionata:
    bolla per l’antipasto, rosato fresco per il primo, rosso elegante per il secondo, magari persino un passito per chiudere.
    Ci hai messo l’anima.

    Ma poi succede.

    “Io bevo solo rosso.”
    “Il bianco mi fa venire mal di testa.”
    “Non hai un prosecco per la torta?”

    Ed è lì che crolla tutto.
    Si genera in automatico la frizione parentale.
    Ogni famiglia ha il suo cugino che ci capisce, la zia che ha fatto la sommelier al Conad, il cognato che “il Montepulciano che faceva mio nonno, quello era vino!”.
    L’abbinamento perfetto?
    a casa con la nonna che urla, davvero credevi di farcela?

    Se sei ancora convinto, provaci pure. Alla peggio cambia famiglia.


    Morale della favola

    il miglior abbinamento è:
    Quello che ti fa dire “wow” senza sapere perché.
    Quello che funziona anche se non lo capisci.
    Quello che scegli tu, non quello che ti insegna il sommelier.

    Perché alla fine, abbinare un vino a un piatto è come scegliere chi baciare:
    non sempre è giusto, ma se ti fa felice… va benissimo così.


    In vino veritas. Ma anche no. Però raga panettone e spumante brut mai più.

    Canzone suggerita per leggere l’articolo: “Due destini” dei Tiromancino

  • ITALIA VS FRANCIA

    ITALIA VS FRANCIA

    Uh baby baby… it’s wine war!

    Le guerre sono una cosa seria.
    Siamo nell’epoca del Donbass, della Palestina, di Trump presidente (di nuovo) e Giorgia Meloni che fa la voce grossa in Europa.
    Ma noi, qui, non vogliamo prendere parte.
    Vogliamo stare in disparte. Con un calice di vino in mano.

    Bianco o rosso?
    Ti dice qualcosa il colore comune delle bandiere? (Dai, non fare il vago.)
    Parliamo di Francia e Italia.
    E stavolta non c’entrano Zidane e Materazzi, né Baguette contro Carbonara.

    Questa è una guerra enologica. E come tutte le guerre vere, non si combatte a colpi di opinioni, ma a colpi di… calici pieni.

    Le regole del gioco

    Basta con le battaglie di campanile: Langhe vs Chianti, Borgogna vs Bordeaux.
    Qui si gioca duro.
    Una vera sfida tra giganti.
    Una nazionale contro l’altra. Vitigni, blend, terroir: tutto sul campo.

    Per evitare risse e flame infiniti, niente singole etichette (ma se proprio volete, immaginate i nomi grossi: Valentini, Conterno, Romanee-Conti, Leflaive , Krug… ci siamo capiti).
    Parliamo di massima espressione territoriale. La crème de la crème.
    Ah, diamoci una voce critica autorevole, le fonti sono le classifiche degli ultimi 5 anni: Wine Spectator, James Suckling, Wine Enthusiast.
    (Robert Parker, se stai leggendo: ci crediamo che sei onesto. Ma certe volte, giura, ti scivola un po’ di Bordeaux-centrismo addosso, eh?)

    Le due nazioni prendono un punto per ogni referenza presente in top 20 dal 2019 al 2023 (anno in cui abbiamo le classifiche di tutti complete!)

    Passiamo agli schieramenti!

    FORMAZIONE DELLA FRANCIA

    Allons enfants de la Patrie, le jour de la gloire est arrivé!

    I galletti partono col favore dei pronostici. Hanno lo Champagne, hanno la Borgogna, hanno Bordeaux. E soprattutto hanno il branding.
    Se l’Italia è cuore e artigianato, la Francia è strategia e storytelling.
    Ecco lo schieramento: 4-2-2-2-2

    Rossi:

    • Bordeaux (Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc)
    • Pinot Nero di Borgogna (il dio del vino vestito da Etoile)
    • Chateneuf du pape (13 vitigni in blend, orgoglio del Rodano)
    • Syrah (se lo copiano in tutto il mondo ci sarà un motivo!)

    Bianchi:

    • Chardonnay di Côte de Beaune (la perfezione)
    • Riesling d’Alsazia (più tagliente di un editorialista di  Charlie Hebdo)

    Rosati:

    • Provenza (chic, Instagrammabile)
    • Rosé di Languedoc (la versione punk del fratello famoso)

    Bollicine:

    • Champagne (non serve dire altro)
    • Crémant di Borgogna (il fratello minore, ma mica il fratello scemo)

    Dolce:

    • Sauternes (con il foie gras, o anche senza)
    • Gewürztraminer d’Alsazia, vendemmia tardiva (un profumo che ti arriva prima del bicchiere)

    FORMAZIONE DELL’ITALIA

    Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!

    L’Italia è un mosaico di vitigni, stili, microclimi e follie geniali. È la patria del “ce l’ho solo io”, del “faccio 1.200 bottiglie l’anno e solo se la luna è piena”.
    Ma quando vuole, tira fuori una line-up da paura.

    I nostri rispondono con 4-3-2-2-2

    Rossi:

    • Brunello di Montalcino (Sangiovese al top)
    • Supertuscan (la ribellione vestita di seta)
    • Nebbiolo  (nella veste da supereroe “Barolo boy”)
    • Amarone (avrebbe messo d’accordo Montecchi e Capuleti)

    Bianchi:

    • Timorasso (la Borgogna che non ti aspettavi)
    • Trebbiano d’Abruzzo (Valentini, alza il calice e spiega tu)
    • Verdicchio (Di Matelica o di Jesi, Riesling ti sto aspettando!)

    Rosati:

    • Cerasuolo d’Abruzzo (rosato con le palle)
    • Susumaniello rosato (nuova scuola, vecchia anima)

    Bollicine:

    • Franciacorta (Metodo Classico con stile italiano)
    • Alta Langa (la risposta piemontese allo Champagne. E non è una copia.)

    Dolce:

    • Passito di Pantelleria (Zibibbo da meditazione, degno di un altare)
    • Recioto di Soave (il dolce veneto che non ti aspetti e ti spiazza)

    Veniamo al cuore della sfida e vediamo chi si è aggiudicato più punti negli ultimi 5 anni!

    Wine Spectator Top 20

    • Italia: 5 vini
      • Argiano Brunello di Montalcino 2018 – 1° posto (2023)
      • Castello di Volpaia Chianti Classico 2021 – 5° posto (2023)
      • Caprili Brunello di Montalcino 2019 – 15° posto (2023)
      • Fattoria Le Pupille Saffredi 2016 – 11° posto (2020)
      • Tignanello 2016 – 7° posto (2019)
    • Francia: 4 vini
      • Château de Beaucastel Châteauneuf-du-Pape 2020 – 7° posto (2023)
      • Domaine Huet Vouvray Demi-Sec Le Mont 2021 – 12° posto (2023)
      • Château Canon 2016 – 2° posto (2019)
      • Château Léoville Barton 2016 – 6° posto (2019)

    James Suckling Top 20

    • Italia: 4 vini
      • Bertani Amarone della Valpolicella Classico 2015 – 1° posto (2023)
      • Renato Ratti Barolo Rocche dell’Annunziata 2019 – 5° posto (2023)
      • G.D. Vajra Barolo Albe 2020 – 9° posto (2023)
      • Ornellaia 2016 – 3° posto (2019)
    • Francia: 3 vini
      • Laurent-Perrier Champagne Grand Siècle N°26 – 1° posto (2023)
      • Château L’Évangile Pomerol 2020 – 4° posto (2023)
      • Cos d’Estournel Saint-Estèphe 2020 – 6° posto (2023)

    Wine Enthusiast Top 20

    • Italia: 3 vini
      • Fontanafredda Barolo Lazzarito Vigna La Delizia 2019 – 10° posto (2023)
      • Mionetto Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG – 13° posto (2023)
      • Planeta Santa Cecilia Nero d’Avola 2016 – 14° posto (2019)
    • Francia: 2 vini
      • Domaine Tempier Bandol Rosé 2022 – 8° posto (2023)
      • Château d’Yquem Sauternes 2016 – 5° posto (2019)

    L’Italia si aggiudica questa sfida enoica con 12 punti contro i 9 della Francia, grazie a una forte presenza nelle classifiche internazionali. Tuttavia, la competizione resta serrata, e la qualità dei vini francesi continua a essere riconosciuta a livello mondiale.

    MORALE DELLA FAVOLA?

    Francesi: bravi, precisini, con un ego smisurato che può invecchiare in barrique.
    Vi si riconosce una bottiglia ad occhi chiusi: ordine, struttura, legno, acidità chirurgica, etichette minimaliste e prezzi che sembrano mutui.
    Avete inventato il concetto di terroir, sì, ma anche quello di snobismo.
    La Francia è la patria del classicismo, della grandeur, del bicchiere che ti guarda dall’alto in basso.
    Eppure vi amiamo. Perché quando centrate il bersaglio, lo fate con eleganza assassina.

    Italiani: geniali, disordinati, 500 vitigni autoctoni e 499 regolamenti non rispettati.
    Siamo poesia nel caos, estro che cambia da collina a collina, produttori che ti raccontano una vita intera in una bottiglia.
    A volte facciamo vini straordinari. A volte facciamo grandi casini. Ma anche nel disastro, riusciamo ad essere affascinanti.
    Ci manca la disciplina, ma abbiamo cuore. Ci manca la comunicazione, ma abbiamo bottiglie che gridano emozioni.

    La verità?
    La Francia è l’accademia. l’Italia è il laboratorio.
    La prima insegna il vino al mondo, la seconda lo reinventa ogni giorno.

    Chi vince, quindi?
    Vince chi beve entrambi.
    Chi apre un Brunello o un Bordeaux e non si preoccupa del passaporto.
    Chi sa che un Cerasuolo può spaccare tanto quanto un Rosé di Provenza.
    Chi non ha bisogno di dire “è meglio” per godersi il sorso.

    In fondo, questa guerra…
    È solo una scusa per bere meglio. E con stile.


    In vino veritas. Ma anche no. Ma almeno, brindiamo entrambi.

    P.s. magari qualche info è imprecisa, magari ho favorito un pò l’Italia, magari manca quel vino che ti piace… cogli lo spirito e passaci sopra ok? salute!

    Canzone consigliata per leggere il post: Wild World di Cat Stevens (la versione live del 1971)

  • Metodo Classico e Metodo Martinotti/Charmat        (perchè non devi chiamare tutto “Prosecco”)

    Metodo Classico e Metodo Martinotti/Charmat (perchè non devi chiamare tutto “Prosecco”)

    Facciamo chiarezza, perché il mondo ha bisogno di verità. E anche di un po’ di educazione.
    Non tutti i vini con le bolle sono Prosecco.
    Ripeti con me: non tutti i vini con le bolle sono Prosecco.
    Esattamente come non tutti i formaggi sono parmigiano e non tutti gli spiedini di carne sono arrosticini.
    Esistono diversi metodi per ottenere le famose bollicine, e no, non sono tutti uguali. Anzi, uno è chiaramente superiore.

    Metodo Classico: non è tutto champagne (magari!)

    Il Metodo Classico (o “champenois”, per chi ama le definizioni soft francofone) è quello usato per produrre Champagne, Franciacorta, Trento Doc, Alta Langa e altri gioielli dell’effervescenza, in Francia c’e’ la chicchetta Crémant (metodo classico che viene fatto al di fuori della champagne con uvaggi diversi) e lo spagnolo a buon mercato “Cava”.
    Qui la rifermentazione avviene in bottiglia, ed è qui che il vino passa mesi (spesso anni)in compagnia dei lieviti, a evolversi, affinarsi, diventare qualcosa di più.
    Risultato? Bollicine fini, cremose, integrate. Aromi complessi: pane tostato, nocciola, miele, gesso.
    Insomma, un vino con le bolle ma anche con un’anima.

    Tecnica in breve:

    • Prima fermentazione come un vino normale.
    • Aggiunta di zucchero e lieviti (pozione magica!).
    • Imbottigliamento e rifermentazione in bottiglia (presa di spuma).
    • Riposo sui lieviti dai 18 ai 60 mesi (più tempo passa più diventa complesso e interessante).
    • Sboccatura, dosaggio, tappo e voilà.

    Metodo Martinotti (aka Charmat): le bolle sul frecciarossa!

    Il Metodo Martinotti, o Charmat (stessa storia di metodo classico e champenois), è quello usato per la maggior parte dei Prosecchi.
    Qui la rifermentazione avviene in autoclave, cioè in grandi vasche di acciaio a pressione (diverso dalla bottiglia ve’?).
    Risultato? Bollicine più grandi, meno persistenti, aromi più semplici e diretti: fiori bianchi, mela verde, pera.
    Perfetto per aperitivi, per chi vuole un bicchiere “facile”, ma non chiedetegli la profondità.

    Tecnica in breve:

    • Fermentazione primaria, come sempre.
    • Rifermentazione in grandi vasche chiuse (autoclave).
    • Pochi mesi e il vino è pronto. Fast, clean, market-friendly.

    lo fate per fare cash, AMMETTETELO!

    Momento momento momento però: il Prosecco buono esiste. Eccome.

    Chiariamo subito una cosa: non tutto il Prosecco è da apericena con ghiaccio,aperol e la fetta d’arancia.
    Ci sono produttori, soprattutto in zone come Conegliano Valdobbiadene o Asolo, che fanno un lavoro straordinario.
    Parliamo di selezione di uve, altimetrie importanti, lavorazioni curate, versioni “Rive” o “Cartizze” che meritano rispetto e attenzione.
    Il Prosecco di qualità non vuole essere uno Champagne, né un Franciacorta. Non deve.
    È un’altra cosa: più fresco, più immediato, più fragrante. Ma se fatto bene, è vero vino, con identità, eleganza e dignità.
    Quindi sì: ce n’è tanto di mediocre, ma quello buono (esiste)e non ha nulla di cui scusarsi, esistono produttori seri incazzati con i “marchettari”che sfruttano il prosecco per arricchirsi, è il vino italiano più venduto al mondo indovinate perchè? esatto! perchè costa poco! Caso analogo quello dei Cava in Spagna, dove i produttori di qualità si sono riuniti in un consorzio (Corpinnat) e hanno fregato i marchettari spagnoli (marchettaris?).

    Il problema: chiamare tutto Prosecco

    È successo anche a te. Ordini un Franciacorta e ti rispondono: “Ah sì, un Prosecco!”.
    Oppure: “Hai bollicine diverse dal Prosecco?”.
    La risposta corretta sarebbe: “Sì, ho vini spumanti seri.”
    Prosecco è una denominazione precisa, legata a un vitigno (Glera) e a un territorio (Veneto e Friuli).
    Ma ormai è diventato sinonimo di “vino con le bolle”, un po’ come Scottex per la carta da cucina.
    Solo che qui non stiamo asciugando il tavolo. Stiamo bevendo.

    Metodo Classico batte Martinotti. E senza nemmeno sudare.

    Vuoi struttura? Profondità? Un vino che evolve nel bicchiere e ti tiene compagnia per tutta la cena (e magari anche dopo)?
    Metodo Classico.
    Vuoi qualcosa di leggero, aromatico, da bere ghiacciato mentre chiacchieri al bar con l’oliva nel bicchiere?
    Metodo Martinotti.
    Tutto ha un senso. Ma diciamolo chiaro: se parliamo di qualità, finezza, potenziale… il Metodo Classico gioca in Serie A.

    Ah quasi dimenticavo, c’e’ un bicchiere corretto per bere tutte le bolle ma non è il flùte, ideale sarebbe il tulipano ma in mancanza va bene il calice(volete tutta la storia di preservare l’anidride carbonica ed esaltare gli aromi? no dai!)


    Morale della favola?

    La prossima volta che qualcuno chiama “Prosecco” un Trento Doc o un Alta Langa, puoi scegliere se correggerlo con garbo… o con un sorrisetto di compassione.
    Ma tu lo sai: le bollicine non sono tutte uguali.
    E il Metodo Classico non è solo un metodo. È una dichiarazione d’intenti.

    In vino veritas. Ma anche no. Ma almeno, chiamiamo le cose con il loro nome.

    canzone consigliata per la lettura: “le mille bolle blu” Mina

  • “VINI NATURALI VS VINI  CONVENZIONALI”                    storia di una guerra che non volete sapere.

    “VINI NATURALI VS VINI CONVENZIONALI” storia di una guerra che non volete sapere.

    C’era una volta il vino.
    Poi sono arrivati gli integralisti, i puristi, gli enologi da tastiera, i sommelier che sognano di diventare influencer e i contadini 4.0 armati di lievito.
    Oggi il mondo del vino non è più solo questione di gusto: è guerra di ideologie.
    Naturali contro Convenzionali. democratici contro repubblicani. buoni contro cattivi.

    ma è davvero così?

    (altro…)
  • BIANCO,ROSSO,ROSATO O BOLLA? FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

    BIANCO,ROSSO,ROSATO O BOLLA? FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

    Benvenuti nel mio Blog, se avete saltato la pagina “chi siamo” andatevi a confessare dal parroco di fiducia e poi tornate a leggere. Non ne avete la minima intenzione? siete atei?

    OK vi faccio un sunto qui:

    Siete in un blog che parla di vino in maniera non convenzionale, pronto a smontarvi tutte le vostre credenze, che io abbia ragione o meno poco importa, la mia missione è portarvi in una dimensione seria senza logica militare, ergo, mettetevi in gioco.

    in questo primo articolo parliamo di colori, o meglio smontiamo i colori del vino.

    Siamo sinceri: oggi parlare di vino è diventato quasi come parlare di religione o politica. Ognuno ha il suo dogma, la sua verità assoluta, e guai a mettere in discussione l’ordine naturale delle cose: il rosso con la carne, il bianco con il pesce, il rosato “non è né carne né pesce” e le bollicine? Solo per brindare a Capodanno.

    Spoiler: è tutto (o quasi tutto) sbagliato.

    Bianco: non solo per le tipe a dieta

    C’è ancora chi pensa che il bianco sia il “vino leggerino”, da aperitivo easy, da chi “non se la sente” di bere serio.
    Newsflash: un bianco può asfaltarti il palato meglio di un rosso da 16 gradi. Chardonnay, Riesling, Timorasso… parliamo di strutture, complessità e persistenza che fanno tremare anche i Barolo più muscolosi.
    Quindi, sì, puoi bere bianco anche con la fiorentina. Anzi, fallo. Ti cambierà la vita.

    Rosso: il falso mito della serietà

    “Se vuoi essere preso sul serio, ordina un rosso importante.”
    Davvero? È il 2025, possiamo smettere di fingere che un vino sia valido solo perché “e’ corposo!” o “e’ tannico”? (si, solo il vino rosso ha i tannini)
    Il rosso ha il suo fascino (e ci mancherebbe), ma non deve essere una religione.
    Più che il colore, chiediti: voglio un vino agile o una carezza di tannino? Una bomba di frutta o un viaggio nei boschi d’autunno? Il rosso va scelto per il suo stile, non per il suo peso specifico.

    Rosato: il grande frainteso

    Il rosato soffre di una reputazione ingiusta: “il vino degli indecisi”, “una moda da Instagram”, “roba da aperitivo”.

    Falso.

    Un grande rosato — serio, minerale, profondo — può raccontare un territorio con una forza che né il bianco né il rosso riescono a eguagliare (forse qui ho esagerato)
    Pensate alla Provenza con i loro buccia di cipolla (o come dicono i francesi “petalo di rosa”), alla Puglia dove nasce in italia il vino rosato, all’Abruzzo mia terra e terra del cerasuolo d’ Abruzzo: terroir scolpiti nei rosé che sanno essere tanto freschi quanto struggenti.
    In altre parole: se pensi che il rosato sia solo “una roba da indecisi”, stai bevendo quello sbagliato (e ce ne sono tanti.).

    Bolle: il vero vino da tutto pasto

    Se associ ancora le bollicine solo a “cin cin” e brindisi di circostanza, hai perso il treno delle emozioni.
    Metodo classico, ancestrali, rifermentati: oggi le bolle sono protagoniste a tavola, dall’antipasto fino al dolce. E sì, puoi tranquillamente berti un Franciacorta 60 mesi con un brasato (anzi, fallo e poi scrivimi grazie.).
    Le bollicine sono versatilità liquida, la spinta acida che fa brillare ogni boccone, il guizzo che ti svolta la cena.

    metodo classico o charmat? (ma chi c..o è che risponde charmat, siamo seri su!).


    Morale della Favola?

    Bianco, rosso, rosato o bolla? 

    Non è una scelta di stile o appartenenza sociale (sono ricco mi bevo lo champagne! gne gne gne).

    Non è nemmeno una questione di stagione, di abbinamento scolastico (con la carnazza ci piazzo un bel rosso invecchiato! io si che sono un intenditore).


    È una questione di ricerca di sensazioni , di umore, di desiderio.


    Il vino giusto è quello che ti fa sorridere al primo sorso (come quando tua mamma ti scrive che ha fatto le lasagne), che ti accende qualcosa dentro.


    Tutto il resto? Solo rumore di fondo.

    Canzone consigliata per leggere l’articolo: “che cos’è l’amor” Vinicio Capossela