Autore: Massimo Piccinini

  • 7 miti sul vino: ribaltati, sfatati e smontati

    Raga, da quando siamo bambini non si sa perché, forse per farci sviluppare la fantasia, forse per farci smettere di rompere, ma i nostri genitori ci hanno messo in mente cose che non esistono.

    E non mi riferisco solo a Babbo Natale e alla Befana, ma anche al bagno dopo aver mangiato (anche solo un frutto), alla televisione che fa diventare ciechi o al fatto che i semi della frutta fanno crescere le piante dentro la pancia.

    Siamo nati e cresciuti in mezzo a una marea di cazzate che abbiamo interiorizzato e, anche se sappiamo che erano dei falsi, ad alcune continuiamo a crederci: tipo io, il bagno dopo mangiato, non me lo faccio.

    Il mondo del vino, da nostro ottimo genitore, non poteva sottrarsi a questa antimontessoriana educazione e ha ben deciso di regalarci le sue bugie bianche.

    Cerchiamo di andare oltre quelle che ormai sono di dominio comune o di cui abbiamo già parlato (sai che non tutti i vini con le bolle si chiamano Prosecco, vero?) e svisceriamo quelli che sono insiti nella cultura pop e che, da buoni “boomer inside”, abbiamo creduto per anni.

    1. IL VINO INVECCHIATO È PIÙ BUONO

    No, raga, non ci siamo. Non volevo fare il divulgatore, ma qualcosina va spiegata qui: non è una cosa automatica.

    Cioè, non è che io domani vado al Conad, compro un rosato random, lo tengo in cantina per dieci anni e diventa un capolavoro. Poverino, magari già partiva male di suo, il tempo gli toglie lo smalto e la freschezza che ha nell’immediato e diventa uno schifo.

    I vini devono avere delle caratteristiche precise per invecchiare bene, tipo tannini forti (quelli che astringono sulla lingua), acidità alta o zuccheri potenti, oltre che intensità e stile.

    Quindi sì a Barolo, Brunello o Amarone, sì a Riesling e Chardonnay strutturati, sì a Porto e Sherry, no a vini leggeri o poco strutturati.

    Poi dovremmo imbatterci nel labirinto della conservazione, ma questo merita un capitolo a parte.

    Ma la risposta finale è: no! Il vino invecchiato non è automaticamente più buono.

    Stop allo spiegone!

    2. IL ROSSO VA SERVITO A TEMPERATURA AMBIENTE

    Ti risponderei: dipende da quanti gradi sviluppa il tuo ambiente.

    Vi siete mai chiesti perché il vino (stessa boccia), nelle cantine o nei ristoranti, sembra più buono di quando lo bevi a casa?

    Sì, hai capito tutto: è la temperatura che fa la differenza.

    Il rosso va servito a 16/18 gradi, qualunque sia la temperatura esterna. Quindi, se sono a casa in estate con 30 gradi e mi viene voglia di rosso, non stapperò la bottiglia che ho sul davanzale della cucina così com’è.

    Magari le faccio fare una gita di una quarantina di minuti nel frigo, così raggiungiamo i 16 gradi desiderati (anche 14 per un rosso leggero) ed evitiamo l’ascesa dagli inferi.

    3. IL TAPPO A VITE È INDICE DI VINO SCADENTE

    Il me romantico, su questo tema, va in lotta con il me pratico. Tendenzialmente vince sempre il me romantico, ma in questo caso non stiamo facendo una battle tra Romeo e Bill Gates: stiamo smontando bugie sul vino.

    Quindi anche questa è un grande no!

    Il tappo in sughero è più romantico, mi permette di fare il figo quando lo stappo e lo annuso con l’aria di quello che ne capisce, ma in alcun modo garantisce una migliore conservazione o una migliore qualità del vino rispetto al tappo a vite, anche detto Stelvin.

    Anzi, il tappo Stelvin favorisce l’assenza di difetti che sono dati, per la maggior parte, dal tappo in sughero. Avete mai sentito: «Sa di tappo?».

    Inoltre, se hai una bottiglia con tappo a vite, non hai “l’obbligo” di conservare la bottiglia in orizzontale.

    Tanti produttori si sono convertiti, tra cui anche grandi nomi: Walter Massa su tutti.

    4. IL CUCCHIAINO MANTIENE LE BOLLICINE

    Raga, io qui voglio morire e sono convinto che molti di voi lo facciano ancora o, quantomeno, lo tollerino.

    Scenario: la nonna compie 90 anni. Avete già bevuto a pranzo come se foste ospiti da Bukowski, Hemingway e una decina di hooligan inglesi.

    Arriva il momento della torta e lo zio caccia lo spumante Grand Anniversary messo da parte per l’occasione.

    Un goccino a testa, un po’ perché avete già bevuto, un po’ perché fa schifo, e avanza più di mezza bottiglia.

    Non sia mai a buttare l’investimento di 7 euro fatto per quella boccia, ma il tappo a fungo classico non rientra: che facciamo?

    Ci mettiamo il cucchiaino che, secondo non si sa quale ben preciso principio, fa sì che lo spumante non si sgasi.

    Il fenomeno si è diffuso a tal punto che ha una pagina Wikipedia dedicata — cercate “cucchiaino nello spumante” — e ben due studi scientifici che dimostrano che mettere un cucchiaino nel collo della bottiglia o lasciarla aperta è la stessa identica cosa.

    E poi, dimmi la verità: lo hai mai assaggiato il giorno dopo?

    5. IL VINO BIANCO SI PRODUCE CON SOLE UVE BIANCHE

    Raga, qui spiegone alert, ma provo a farla facile. Vabbè, ormai avete capito che è no, ma vediamo perché.

    Il colore viene dato al vino dal tempo di contatto che ha il mosto — liquido della prima spremitura delle uve — con le bucce.

    Indipendentemente dal colore delle bucce dell’uva, la polpa sarà in maggior parte bianca, avremo vino bianco se non facciamo fare contatto, vino rosato se alle uve nere facciamo fare poco contatto o vino rosso se lasciamo il vino a contatto con le bucce per più tempo.

    Magie della chimica, raga, ma vi risparmio lo sbatti degli antociani e del perché le bucce colorano.

    Mi stai dicendo che con uve nere posso fare vino bianco?

    Pensate che lo Champagne viene fatto per la maggior parte con Pinot Noir — uva nera —, Chardonnay — uva bianca — e Pinot Meunier — uva nera —, ma può essere fatto anche solo con le uve nere e i francesi lo chiamano: “Blanc de Noirs”.

    Ma loro sono fighi e chiamano le cose in maniera figa.

    6. IL DECANTER RENDE IL VINO MIGLIORE

    Su questo fronte c’è una mega battaglia nel mondo del vino. I partiti del pro e del contro sono agli estremi.

    Per alcuni il decanter è utile per separare i sedimenti e dare subito ossigeno al vino; per altri lo shock che causa questo ossigeno immediato, soprattutto nei vini invecchiati, salterebbe dei passaggi, perdendo sapori e aromi che non verranno più recuperati.

    Il decanter non migliora automaticamente un vino. Può favorire l’ossigenazione di alcuni vini giovani, è vero, ma con quelli invecchiati farei un po’ di attenzione.

    Volete sapere da che parte sto?

    Aprite la vostra bottiglia, aprite la vetrinetta che avete in soggiorno, prendete il decanter che sta lì in fondo ai bicchieri e, accidentalmente, fatelo cadere.

    Ops!

    7. AL RISTORANTE VI FANNO ASSAGGIARE IL VINO PER SAPERE SE È BUONO

    Allora, qui c’è il solito momento imbarazzante: arriva il cameriere con la bottiglia ordinata — la seconda che costa di meno in carta vini — e parte con il solito:

    «Chi assaggia?».

    Ora, secondo voi, lasciate stare che neanche il cameriere sa perché lo fa, ma cosa vuole sapere?

    Se il vino è buono?

    Non credo che abbiate il potere di fargli stappare tutta la cantina finché non esce il vino che vi piace.

    In realtà si versa un goccio di vino per farlo odorare ed escludere la presenza di difetti. Quasi una garanzia, tipo:

    «Te l’ho fatto sentire, non venire poi a dirmi che il vino era difettato!».

    Nei ristoranti di livello se ne occupa direttamente il sommelier: stappa, odora, assaggia, si assicura che sia tutto ok e poi ve lo versa.

    MORALE DELLA FAVOLA

    Non per forza, se lo facevano tuo padre e tuo nonno, significa che fosse corretto. Io te l’ho spiegato con i miti sul vino; tu copia e incolla su lavoro, relazioni di coppia ed educazione dei figli.

    In vino veritas, ma anche no! Ma raga… il cucchiainoooooo!

    Canzone suggerita per leggere l’articolo

    “I Love the Way You Lie” di Eminem feat. Rihanna

    (Sì, è quella di Temptation Island.)

  • 7 FRASI CHE PUOI SENTIRE (O DIRE) DURANTE UNA DEGUSTAZIONE

    (SPIEGATE OVVIAMENTE DA ME!)

    Raga, sicuramente vi è successo.

    Vi siete ritrovati, senza sapere come, a un tavolo con davanti tre o più calici.
    Voi volevate solo ubriacarvi in santa pace, invece c’è un tipo che vi versa il vino e vi racconta tutta la storia — già così promette male.

    Ma i vostri guai non sono finiti qui, perché non siete soli e tutti gli altri della sala pronunciano frasi che per voi sono aramaico.

    Non preoccupatevi, le vostre pene stanno per finire.
    Sarete percepiti come persone migliori e sicure di sé, andrete a caccia di degustazioni e diventerete i re delle masterclass a cantine aperte.

    Prima, però, devo spiegarvi alcune di quelle frasi che sentite durante una degustazione.

    Premessa d’obbligo

    Non tutte queste frasi vengono dette per mera competenza.
    Spesso celano significati nascosti ed è qui che arrivo io a donarvi la verità.


    “QUESTO VINO SI DEVE APRIRE”

    Ovviamente la bottiglia è già aperta e il vino è nel calice.
    Che cosa vorrà dire mai con questa frase?

    Significato apparente:

    Il vino è stato chiuso in bottiglia e ha bisogno di tempo per ossigenarsi ed esprimere al meglio il suo potenziale.

    Significato reale:

    Mi aspettavo qualcosa di meglio. Questo vino non si può bere allo stato attuale. Speriamo che un po’ di tempo lo aiuti, ma la vedo dura.


    “QUESTO È UN VINO GASTRONOMICO”

    La frase è di facile intuizione ma non dobbiamo sottovalutare il retrosignificato (se pò di “retrosignificato” o me lo sono inventato?).

    Significato apparente:

    È un vino vocato alla ristorazione. Sono curioso di vedere come se la cava in abbinamento.

    Significato reale:

    È pesante e se non mi dai un ca**o di pezzo di pane difficilmente riesco a berne un altro sorso.


    “È UN VINO DIVISIVO”

    Raga, su questa mi sento male ogni volta.

    La Juve è divisiva.
    Berlusconi era divisivo.
    Ma il vino, come ogni prodotto gastronomico, è ovviamente divisivo: a me piace, a te no e viceversa.

    Comunque…

    Significato apparente:

    È un vino molto buono ma capisco che possa avere dei detrattori tra i non amanti del vitigno da cui è composto.

    Significato reale:

    A me piace ma sono consapevole che alla critica di “esperti” ha lasciato più di qualcuno perplesso e non sono proprio Mister Coraggio.


    “IL PRODUTTORE È UNA PERSONA INCREDIBILE”

    Raga, è inutile che ci giriamo troppo intorno: ci sono belle persone che fanno vini dimmé e persone dimmé che fanno vini spaziali, quindi…

    Significato apparente:

    È incredibile che l’uomo che fa questo vino abbia così tante storie da raccontare ed è così bravo a usare la biodinamica, a non aggiungere solforosa e a ridurre al minimo gli interventi in cantina.

    Significato reale:

    Zio, sei simpatico ma il vino non si può strozzare. Peace & Love e la prossima volta ci beviamo insieme la bottiglia di un altro.


    “TRA QUALCHE ANNO SARÀ UN VINO INCREDIBILE”

    Tipica frase quando stai degustando un vino importante (Barolo, Brunello) e ti stanno servendo il vino d’annata, cioè l’ultimo in commercio.

    Significato apparente:

    La vecchiaia gli renderà giustizia, l’acidità si integrerà, il tannino si ammorbidirà e avremo un top player.

    Significato reale:

    Non posso dire che un vino di questa caratura non è pronto, ma che lo fate assaggiare a fare in degustazione per coinvolgere i turisti? Ora sono complice di infanticidio, ecco.


    “È UN VINO VERTICALE!”

    Al volo vi spiego la differenza.

    Si dice vino orizzontale quello un po’ più morbido che riempie tutta la bocca, mentre per verticale si intende quello più spigoloso, con più durezze.

    Detto ciò, non è che davanti al produttore ci mettiamo a dire “è verticale, orizzontale o diagonale”, ma…

    Significato apparente:

    Ha una mineralità interessante, espressione del suo territorio. Duro e puro.

    Significato reale:

    Amico mio, sto vino ha un’acidità che mi spacca la gola. Per fortuna che mi sono portato due Gaviscon, ma che ti sei impazzito a mettere in commercio sta roba?


    Raga, l’ultima frase è quella che mi uccide.
    Il colpo di grazia.
    L’harakiri di un samurai.

    Ed è:

    “QUESTO VINO VA CAPITO!”

    Ma che ca**o vuol dire “va capito”?
    Tu lo capisci e io no?
    Non lo capisci neanche tu?
    Forse la frase volevi attribuirla alla matematica ma te la sei dimenticata quando avevi dodici anni e adesso la applichi al vino?

    Significato apparente:

    È un vino di non facile beva, sicuramente riservato a palati esperti e amanti del vitigno.

    Significato reale:

    Non ho le palle di dire “non mi piace”.


    MORALE DELLA FAVOLA

    Va bene atteggiarsi, raga, altrimenti le competenze a che ci servono?
    Mica solo a fare blog che sembrano testi di stand-up comedy.

    Però non possiamo ogni volta descrivere un vino come se fosse un passo della Bibbia.

    Non vi ho smascherato l’identità di Banksy o di Liberato, ma ho detronizzato il vostro amico che faceva lo splendido al ristorante.

    In vino veritas… ma anche no.

    E ogni tanto, se un vino non ci piace, diciamolo.
    Che non succede niente.

    Al massimo qualcuno non ci saluta al Vinitaly.


    Canzone consigliata per leggere l’articolo:

    “Parole parole” – Mina e Alberto Lupo
    (concentratevi sulla voce di Alberto Lupo)

  • RECAP SEMISERIO DI 1 ANNO DI INVINOVERITASMAANCHENO!

    Un po’ per gioco, un po’ per dire la mia, mi sono ritrovato con cadenza più o meno quindicinale a scrivere di vino.

    Che poi voi direte:

    “Ma questo che c’ha da scrivere tutte ’ste cose sul vino? Ma non può fare i TikTok come tutti?”

    No, non posso fare i TikTok.
    O meglio, non li so fare.

    Ho provato a mettere il cellulare fisso e fare un video dove parlo. Che vi devo dire? Non è la mia dimensione, raga.

    Mi trovo molto meglio seduto scomodo, sgrammaticato — ho fatto ragioneria — con il mio vecchio MacBook Air, a scrivere in tono colloquiale di argomenti del mondo che più mi affascina.

    Che poi non mi sono mai chiesto chi dovesse leggerli o non leggerli. Mi limito a inviarli ai miei amici e alla mia famiglia e, in realtà, neanche so se li leggono più.

    Comunque, l’unica regola che mi sono dato è stata di usare l’IA unicamente per creare le immagini e impaginare. Altrimenti basta che le dico: “scrivimi un articolo sui vini naturali”, e quella mi caccia un papiro.

    Ma non sarebbe la mia voce.
    Sarebbe un lavoro.
    E il mio lavoro è un altro.
    Purtroppo.

    Cosa volevo dire

    In realtà mi piace smontare un po’ i falsi miti.
    E anche quelli veri.

    Sfogliando gli articoli, che chiudo tutti con “Morale della favola”, mi sono accorto che c’è sempre un significato intrinseco dentro ogni pezzo.

    E oggi lo svisceriamo chiaro, articolo per articolo, a modo mio.


    Bianco, rosso, rosato o bolla? Facciamo un po’ di chiarezza!

    Il mio primo articolo.

    Lo stile si è affinato nel tempo, ma il significato intrinseco era:

    BEVETEVI CIÒ CHE VI PIACE!

    Non fatevi trascinare dalle mode, dagli snob del vino e neanche da me che faccio le facce strane.

    Se vi piace quel rosato che sa solo di fragola e sembra il Fruttolo spremuto in laboratorio per farlo sembrare vino: bevetelo!


    Vini naturali vs vini convenzionali

    Qui parlo di questa guerra che è più di stili che di vinificazioni in sé.
    Una guerra che non vince nessuno.

    In fondo, quello che volevo dire è che la vera guerra è tra vini buoni e vini meno buoni, a prescindere dalle fermentazioni e da chi voti.


    Metodo Classico e Metodo Martinotti/Charmat

    Perché non devi chiamare tutto “Prosecco”

    Qui inizio a fare un po’ di divulgazione comica.

    Si intravede lo stile che poi ho deciso di seguire, ma cosa volevo dire?

    Quello che penso.

    Che sì, esistono prodotti buoni fatti con il Metodo Martinotti. Alcuni di questi sono dei Prosecco.

    Ma, raga, sul Metodo Classico, se vuoi la bolla più complessa, più cara e più buona, chi dice il contrario è di Conegliano Veneto.


    Italia vs Francia

    Uh baby baby… it’s wine war!

    Il mio articolo preferito.

    Secondo me — modestia a parte — è un pezzo ben riuscito, che avrei letto tutto d’un fiato anche su una rivista di settore.

    Sostanzialmente faccio giocare una partita virtuale tra Italia e Francia con i vini, dove — spoiler — faccio vincere l’Italia.

    Ma cosa volevo dire in realtà?

    Che non c’è un vero termine di paragone tra le due.
    Ognuna ha le sue caratteristiche ed è forte a modo suo.

    Volevo rompere quell’atteggiamento esageratamente patriottico, quando non serve, o esageratamente anti-Italia, quando non serve 2.0.


    Abbinamento cibo/vino

    Rompo i dogmi del sommelier dando spazio alla fantasia, ma lascio qualcosa che funziona davvero.

    Cosa volevo dire?

    Basta torta e spumante brut.
    È la mia crociata, raga.


    I costi del vino

    Un po’ divulgazione comica, un po’ riflessioni tipo un pezzo di Sfera Ebbasta.

    Cosa volevo dire davvero?

    Che non sempre prezzo più alto uguale vino migliore.
    Ma non è vero neanche il contrario.

    Imparate a scegliere conscious.


    Cocktail con il vino, eresia o sepòfa’?

    Atmosfere scherzose in compagnia di Bad Bunny ed Emily in Paris.
    Elenco tutti i cocktail che possiamo fare con il vino, ma qual è il sottosignificato?

    Basta trattare il vino come una reliquia, che non siamo alle nozze di Cana.

    Parola di Bad Bunny.


    Vin à porter

    Cronistoria di quello che vi siete bevuti negli anni, influenzati dalle mode.

    Ma il significato intrinseco era:

    non sono le mode.

    Quello che era buono ieri è buono anche oggi.

    Vale per vini, canzoni, film e relazioni.


    Fa bene o fa male?

    Ci ho provato a dire che il vino fa bene.
    Ce l’ho messa tutta.

    Ma poi ho capito che ci piace proprio perché fa male.


    Sommelier, enologo, wine influencer: ma il vino ha davvero bisogno di tutte queste figure?

    Spoiler: NO!

    Pezzo comico dove mi diverto a prendere per il culo tutta la scena wine, me compreso.

    Cosa volevo dire davvero?

    Che il vino ce la fa benissimo da solo.

    Siamo noi che dobbiamo nutrirci l’ego.


    Vino da Oscar

    Parlo del vino come protagonista nel cinema e nelle serie TV, distribuendo consigli e critiche non richieste.

    Ma in realtà capisco che il vino, anche da protagonista, è sempre contorno di situazioni: dalle relazioni alle storie di vita vissuta.

    Al cinema come nella realtà.


    Come sembrare un esperto di vino in 5 minuti

    Senza esserlo

    Riparto con la divulgazione comica, che ho capito essere la mia vocazione, e faccio un breviario per non fare brutta figura davanti agli esperti.

    Ma in realtà?

    Il vino è emozione e nessuno può dirti cosa devi bere.


    Il vino è diventato noioso?

    Cronaca di un amore che non arriva alla Gen Z

    Primo esperimento di pezzo sociale, seguendo un trend e non facendo a caso come al solito.

    Pezzo ben scritto — ovviamente sempre modesto — ma non credo sia troppo nelle mie corde.

    Quello che volevo dire è chiaro: denunce sociali, prezzi dei vini e mancanza di comunicazione facile.

    Tranquilli, torneremo presto alla divulgazione comica.


    Morale della favola?

    Sono stato un anno a scrivere di cose che adoro e spero di continuare.

    Mi piacerebbe sapere se qualcuno di voi legge e se gradite.

    Magari fatemi sapere qual è stato il vostro articolo preferito nei commenti.

    Sembro un influencer così, però.

    Vabbè, fate come vi pare.

    Io intanto mi metto a pensare alla prossima divulgazione comica.

    In vino veritas, ma anche no.
    Ma anche sì.


    Brano suggerito per leggere l’articolo:
    L’anno che verrà — Lucio Dalla

  • IL VINO E’ DIVENTATO NOIOSO? (cronaca di un amore che non arriva alla Gen Z)

    I millennials, nei quali rientro per mera fortuna essendo nato nel 1981, sono probabilmente una delle generazioni che ha normalizzato di più il consumo di alcol.

    Facciamo un paio di considerazioni.

    Siamo stati i figli del boom economico, nati e cresciuti nella golden age degli anni ’90. Per inquadrarci storicamente possiamo dire che, mentre nei walkman suonava Hanno ucciso l’uomo ragno, i nostri genitori stavano facendo un lavoro che non li distruggeva fisicamente come la generazione precedente e che, soprattutto, forniva uno stipendio a fine mese utile a comprare casa senza mutuo, casa per le vacanze — mare o montagna — automobile berlina e vestiti firmati.

    Quella che oggi è la vita riservata ai Ferragnez di turno era, più o meno, la vita delle famiglie medio-borghesi italiane.

    E noi figli, mentre vedevamo MTV, sognavamo di frequentare locali prestigiosi dove consumare la nostra paghetta.

    Questo ha fatto di noi una generazione di consumatori.
    E vi stupirò, ma i consumatori: CONSUMANO!

    In psicologia esiste una teoria di tale Maslow — non ho né sbatti né competenze per spiegarvela tutta, googlate! — che pressappoco mette i bisogni umani in una piramide, partendo dai bisogni basici, tipo mangiare e respirare, per arrivare in cima ai bisogni più spirituali: la giustizia, l’autorealizzazione ecc.

    Il presupposto è che, se non soddisfi un bisogno basico, difficilmente arriverai ad avere un bisogno superiore.

    Vi ho fatto questo spiegone perché mi fa pensare un po’ al ragazzo anni ’90 che aveva casa pagata, lavoro soddisfacente, cash in tasca: il bisogno successivo diventava esplorare il mondo del piacere, anche tramite il vino.

    Il ragazzo della Gen Z, invece, si sbatte per trovare un lavoro dopo essersi formato per anni. Il lavoro, se pagato, è sicuramente sottopagato e, con quei soldi, solo i più fortunati riescono ad accedere al credito per comprare una casa.

    Secondo voi, la butto lì: il bisogno di assaggiare il Dom Pérignon — che nel frattempo è passato dal costare 80.000 lire a boccia a 350 euro — quando insorgerà?

    Esatto: mai.

    Ovviamente non possiamo ridurre tutto a un mero discorso economico, perché c’è anche chi può permettersi benissimo tutto il vino che vuole, ma sceglie comunque il gin tonic fatto con l’acqua brillante o la birretta.

    I WINE TELLER

    Esiste un movimento di persone che non lavora direttamente con il vino. O meglio: non produce e non vende vino, ma si limita a raccontarlo per passione.

    Un po’ quello che faccio io con questo blog.

    Persone che hanno passione, hanno acquisito competenze e cercano di divulgare un po’ di questa conoscenza raccontando le bottiglie di vino.

    Il giochetto è che, se sai cosa andare a cercare in un calice, il vino che stai bevendo risulterà più buono. E fidatevi: funziona.

    Forse non solo con il vino, anche se non conosco il fruit teller o il Coca-Cola teller, ma probabilmente è un limite mio.

    Funziona, però, a patto che tu stia parlando con una persona nata tra il 1960 e il 1996. Dopo di che scatta un problema di comunicazione.

    Non puoi spiegare cosa hanno fatto i Barolo Boys a un ragazzo nato nel 2000. Non gliene frega nulla.

    Se ne sbatte della malolattica e delle chiusure Stelvin. La guerra tra naturali e convenzionali pensa sia una storia di chirurgia plastica e probabilmente ha ragione!

    I GEN Z

    I nati tra il 1997 e il 2012.
    Quelli che usano parole tipo crush, chill e drip.
    Quelli che ascoltano la trap.
    Quelli che, per rimorchiare, usano i social.
    Quelli che conoscono gente famosa solo su TikTok o su YouTube.

    Quelli che hanno rimesso al centro della loro vita l’ambiente, la salute mentale e quella fisica in generale.

    Nello scontro intergenerazionale, capite bene che usiamo modi di fare e di parlare totalmente diversi. Non tanto nella comunicazione, quanto nel modo di pensare il tempo libero.

    Se pensate che lo concepiscano come noi millennials, siete totalmente fuori strada.

    Quindi, se riuscite a immaginare di avere vent’anni oggi, davvero stareste ad ascoltare un pinguino con aria superiore che vi viene a spiegare quanto quel vino rosato ha macerato sulle bucce?

    IL CIRCOLETTO

    Tutt’altra cosa è prendere quella piccola percentuale della popolazione che condivide la passione enoica, si riunisce in case, enoteche o piazze virtuali a parlare con termini che capiscono solo loro, di cose che interessano solo a loro, creando un altro mega gap con la popolazione “normale”.

    Troppo pochi per giustificare il peso di un’industria che, in realtà, non li ascolta più.

    La grande verità è che il vino non viene fatto per l’esperto, o per lo pseudo tale. Sarebbe folle e troppo costoso.

    L’industria segue i gusti della stragrande maggioranza della popolazione, che si innamora di vini che un “esperto” non userebbe neanche per fare la sangria.

    MORALE DELLA FAVOLA

    Gli anni ’90 sono finiti da un pezzo.

    I produttori di vino devono pur campare e vanno incontro al mercato.

    I wine teller raccontano le storielle ai coetanei.

    I vini diventano tutti uguali e quelli che differiscono un po’ sono andati fuori budget.

    E poi ci lamentiamo che i ragazzi hanno perso interesse.

    Il vino è sentimento, emozione, scoperta.
    Non potrà mai essere noioso.

    Però noi sì.

    In vino veritas, ma anche no.
    E forse è ora di un esame di coscienza generale.


    Brano consigliato per leggere l’articolo:
    Gli anni — 883

  • Come sembrare un esperto di Vino in 5 minuti (senza esserlo)

    Ci siamo passati tutti.

    Arriva la bottiglia di vino importante che ha ordinato l’amico che ha fatto il corso da sommelier, costa 80 euro, lui ci sente il pepe di Sarawak e lo scantinato di una tabaccheria russa e noi rimaniamo in quel limbo dove non sappiamo se:

    • È diventato il fucking Sommelier più forte del mondo
    • Ci sta solo prendendo per il culo
    • È uno che si sa vendere bene

    Probabilmente sono vere tutte e tre.

    Cioè, non è che è diventato il più forte del mondo, ma probabilmente è uno che ha capito il meccanismo, uno che ci capisce, e sì: ti sta prendendo per il culo perché ha sentito il pepe e il tabacco, ma lo ha colorato con qualche terminologia suggestiva vendendosi bene.

    Ci sta!

    Ora blocchetto degli appunti alla mano ed organizziamoci per stupirlo alla prossima cena.

    Nota bene: con i miei consigli non diventerai un esperto di vino, ma se li segui alla lettera lo sembrerai e sopravvivrai in mezzo ai presunti esperti che come te ci stanno provando. E se ti scoprono puoi sempre dire con il sorriso:

    “Non lo so, in realtà sono solo un appassionato ma non me ne intendo!”

     L’ ABBIGLIAMENTO

    Che tu sia uomo o donna non partire dal concetto “esperto di vino = elegante”.

    Vestiti con l’aria di quello che non ha tempo per pensare a cose futili, tipo “cosa mi metto“.

    Ma noi abbiamo studiato tutto a tavolino quindi:

    • usa il velluto a coste e la lana
    • rimani sui toni del verde muschio e del marrone (con buona pace della tua armocromista)

    Se sei uomo lascia una barba leggera.

    Se sei donna non esagerare con il trucco.

    Gli occhiali da vista sono un plus, così come l’acconciatura out of bed.

    Metti le tue sneakers piatte di marca e presentati al wine bar.

    Quando arriveranno gli amici e commenteranno il nuovo stile, tu sorridi come se trovassi assurdi i loro commenti e proponi subito la bevuta.

     L’ORDINE (qui ti giochi tutto)

    Anticipa il tuo amico sommelier e chiedi, mi raccomando senza sbagliare:

    “Avete dei Piwi, magari Triple A?”

    Impara a memoria solo la frase tanto non ti serve sapere il resto.

    Piwi sono dei vini prodotti da vigneti resistenti alle malattie fungine, mentre Triple A è un movimento di vignaioli alternativi che fanno vini funky.

    Ma a te interessa poco, perché al 90% l’enoteca non ce l’avrà (e se ce l’ha bevilo e fammi sapere).

    E quindi esordisci con:

    “Cosa mi propone in alternativa?”

    E quello che ti propone te lo prendi.

    IL MOMENTO DELLA VERITA’

    Quando portano il vino lo faranno assaggiare a te, mio caro poser/fake/esperto.

    Non toccare il bicchiere fin quando non ti serve il goccino.

    A quel punto prendi il calice dal gambo e infilalo nel naso aspirando profondamente.

    Se senti solo odore di vino ok, ma se senti una puzza strana è il tuo momento.

    Porgi il bicchiere all’amico sommelier e pronuncia testuale frase:

    “Lo senti anche tu?”

    Se lui dopo aver odorato ti dirà:

    “Intendi il bret vero?”

    Tu annuisci con aria sapiente e rispondi:

    “Aspettiamo che si apra”

    …mentre dai l’ok all’oste.

    LA SCENA (ora sei sotto osservazione)

    Ora gli occhi saranno tutti su di te.

    Fai esattamente quello che ti dico:

    • distanzia il calice il più possibile da te, come tuo nonno quando leggeva il giornale
    • inclinalo in varie posizioni mentre lo guardi fisso
    • portalo al naso
    • odora
    • fingi una trance

    Ogni tanto annuisci con gli occhi chiusi come se stessi trovando quello che stai cercando.

    Se ti chiedono cosa stai sentendo:

    • vino rosso → vai sui frutti rossi tipo prugna, amarena
    • vino bianco → vai sui frutti bianchi tipo pera, mela

    Puoi fare lo stesso con i fiori, ma non sbilanciarti oltre, il tabacco lascialo nelle tabaccherie russe.

    L’ASSAGGIO

    Arrivato a questo punto:

    • sorso piccolo
    • sorso più deciso
    • trattieni qualche secondo
    • deglutisci senza aprire la bocca

    Se ti piace:

     non mostrare entusiasmo (tu sei abituato)

    Se non ti piace:

     non mostrare sdegno (in fondo il vino ti delude sempre)

    E quando arriverà il momento del giudizio…

    rispondi esattamente così, con aria disillusa:

    “Beh… è coerente con il terroir.”

    Il RISULTATO

    Arrivato a questo punto sarai percepito come un vero esperto.

    Con la stessa conoscenza di prima, ma avendo imparato a memoria tre frasi e cambiato atteggiamento.

    Ora non ti resta che cambiare prima comitiva e poi città e ripetere lo stesso copione all’infinito.

    MORALE DELLA FAVOLA

    se pensi che questa mini-guida ti sarà utile per essere considerato figo dagli amici, per darti un tono o magari per rimorchiare di più ti consiglio di dare un’ opportunità alla coca-cola.

    In vino veritas… ma anche no!

    E tranquillo: non sei l’unico, ce ne sono migliaia.

    Canzone suggerita per leggere l’articolo:

    “Volevo essere un duro” – Lucio Corsi

  • Vino da Oscar

    Pellicola e calici si incontrano (ma anche no!)


    Sono profondamente convinto che ognuno di noi abbia bisogno di trovare il suo posto nel mondo.
    Siamo nati liberi e poi decidiamo, come ribellione a chi ci vuole omologati, di dividerci in settori dettati dal lavoro (per i più fortunati) o dalle passioni (per chi, come me, con le passioni non ci campa!).

    Due passioni che hanno sempre accompagnato la mia vita sono il cinema (o le serie TV) e il vino, ma ovviamente, non essendo un attore bensì un beone, ho deciso che il mio posto nel mondo era tra i nerd del vino.
    Che poi, pure sui nerd del vino ci sarebbe da farci un articolo.

    Siamo quelle figure curiose e antipatiche che ti infamano il vino che stai bevendo con tanto gusto solo perché, dall’alto della nostra conoscenza, quel nettare è troppo fruttato, troppo morbido e poco destinato alla longevità.
    (Stendiamo un velo pietoso.)

    Noi nerd del vino ci riconosciamo tra noi, abbiamo un linguaggio tutto nostro e, anche se ci incontriamo da sconosciuti, possiamo stare ore a parlare della stessa cosa.
    Un po’ come quelli che fanno CrossFit.

    In questo “sottosopra” di parole — tipo malolattica, rovere di Slavonia, ecc. — si fa spazio il mondo del cinema.
    Nella maggior parte dei casi, facendoci storcere il naso (sempre a noi nerd: stiamo lì con il dito puntato alla TV come il meme di Leo Di Caprio, a sparare frasi del tipo:
    “Ma come lo versi!”
    “Ma nooo, non è uno Chardonnay!”
    “Ma quale ottima annata il ’72!”

    In rari casi, invece — dove io immagino che i registi facciano parte della cerchia beona — troviamo film o serie dove il vino viene trattato bene.
    E alcuni sono dei veri e propri cult per i winelover mondiali.


    SIDEWAYS – IN VIAGGIO CON JACK

    (tranqui, no spoiler)

    Sideways è il cult per eccellenza del mondo wine.
    Classica storia americana con l’eroe e l’antieroe: due amici, uno sfigato e uno figo, che partono per festeggiare l’addio al celibato di uno dei due (il figo).

    L’altro è il nerd del vino che organizza un tour delle cantine della California.
    Praticamente Batman e Robin che vanno a bere, solo che nella fattispecie il nostro eroe è Robin.

    Perché Robin capisce di vino.
    Perché Robin parla la nostra lingua, usa quelle parole che conosciamo solo noi.
    E non importa se l’amico è più figo, ha successo con le donne ed è più ricco: dal nostro punto di vista sarà sempre lo sfigato che non sa dove sta la Borgogna.

    All’interno del film, c’è il dialogo iconico sul Pinot Noir tra Miles e Maya.
    Se state leggendo questo blog, probabilmente, lo conoscete.
    Se siete qui per sbaglio… andatevelo a cercare.


    MADAME CLICQUOT

    Qui parliamo di un prodotto più recente.
    Vent’anni dopo Sideways, arriva questo film che propriamente sul vino non è.

    Anche se Barbe-Nicole Ponsardin, meglio nota come “Veuve Clicquot”, è un’icona nel mondo eno.
    Forse la maggior parte di voi la conosce perché ha letto il suo nome sulle bottiglie nei tavolini dei privé in discoteca, ma fidatevi: è stata una rivoluzionaria.

    È stata la prima, ad esempio, a “chiarificare” lo Champagne.
    Se oggi non bevete Champagne torbido e con i residui, lo dovete a lei.

    Vedova di Monsieur Clicquot, produttore (vigneron) di Champagne, prende in mano l’azienda e la fa volare.
    Il film ripercorre la sua vita strizzando l’occhio all’emancipazione femminile e facendone un’icona del femminismo (a mio parere giustamente).

    Ma noi nerd eravamo forse più interessati al remuage e a come sia arrivata a produrre l’annata del 1811, indipendentemente dal sesso della protagonista.


    IL SOMMELIER

    Sto film è piacevole.
    Storia di un tipo che non vuole lavorare nella braceria di famiglia e sogna di diventare Master Sommelier (titolo che hanno tipo solo 250 persone al mondo).

    Tra mille sacrifici, studio intenso e un rapporto conflittuale con il padre, porta avanti questo sogno.

    Come dicevo prima, piacevole.
    Se vuoi vederlo con tutta la famiglia, passi una bella serata.

    Ma raga… per noi nerd è un po’ troppo fantasy.
    Nessuno — e ripeto nessuno — è così bravo che, solo odorando il calice, riesce a dirti uvaggio, denominazione, cantina e annata.

    Però, ripeto: trama simpatica, attori eleganti e piacevoli e, soprattutto, non storpia le terminologie del vino.


    DROPS OF GOD (IL NETTARE DEGLI DEI)

    Scorrendo Apple TV — alla quale mi sono abbonato per sbaglio cazzeggiando con l’iPhone — ho trovato questa serie.

    Parlava di vino e, ovviamente, ho subito premuto play.

    Tutto quello che dirò da adesso in poi potrei rimangiarmelo, perché in realtà sono quasi alla fine della prima stagione (di due). Tuttavia…

    La storia è avvincente.
    Ci sono due protagonisti: una ragazza francese e un ragazzo giapponese, le cui vite sono intrecciate dal padre di lei, che sembra fosse uno dei massimi esperti di vino mondiale.

    In punto di morte, decide di lasciare la sua personale cantina (129 milioni di euro) a chi, tra la figlia e il giapponese — suo allievo prediletto — riesce a superare una serie di sfide enologiche.

    Segnatevelo, perché secondo me questa serie si candida a diventare un cult.
    Non so se parlo io o l’entusiasmo di chi la sta ancora guardando e non sa come va a finire, ma gli ingredienti, per ora, ci sono tutti.

    Se non avete Apple TV, fatevi il “pezzotto” e poi scrivetemi se condividete.


    MORALE DELLA FAVOLA

    Il vino, nel cinema, non è quasi mai protagonista.
    Ma serve a scavare nelle vite, a emanciparci, a rimettere insieme i pezzi, a ribaltare le situazioni.
    Esattamente come succede nella vita reale.

    E poi dicono che fa male.

    In vino veritas… ma anche no!
    Forse sono altri i veleni di cui dovremmo privarci.


    Canzone per ascoltare l’articolo:
    “Nessuno vuole essere Robin” – Cesare Cremonini

  • Sommelier,Enologo,Wine Influencer, ma il vino ha bisogno davvero di tutte queste figure? (spoiler: NO!)

    Inutile che inizi a parlare io, che durante i pochi eventi che ho fatto mi presento come “wine blogger e wine educator”. Però il blog è mio, e sono io che ne devo (e voglio) parlare.

    Indubbiamente c’è confusione. Sai quante persone mi hanno chiesto:
    “Ma quindi tu sei un enologo?”
    Ehm… no.
    “O però figo il sommelier! Ma tipo nel vino ci senti davvero la frutta?”

    E no, non faccio l’influencer che spamma sui social tutto quello che si beve. Non perché non mi piaccia o abbia qualcosa in contrario: è semplicemente che i social non li uso per lavoro, li uso quando sono triste e annoiato. Quando bevo, invece, sono felice e divertito… e voi non vedete neanche una boccia. A meno che non sia una boccia talmente instagrammabile che tipo: “Ma quando mi ricapita che mi offrono un Monfortino Conterno del ’99?”. E allora tac, foto. (E che fai, non la fai?!)

    Comunque, in tutta questa confusione facciamo un po’ di chiarezza.


    L’ENOLOGO

    Raga, l’enologo è quello che fa il vino. È il tipo che ha studiato agraria, si è laureato in enologia e viticoltura e non fa il figo con il vino: il vino lo produce proprio.

    E voi mi direte: “Il vino lo fa anche mio nonno che non ha studiato enologia”.
    Vero. Ma sono abbastanza convinto che vostro nonno non faccia un Sassicaia.
    Nelle piccole e grandi cantine c’è sempre uno (o più) piccoli chimici che, manco fossero Harry Potter con la bacchetta magica, tirano fuori capolavori. Ah sì: nel vino c’è la chimica. Per quanto possiate menarvela con naturale/biologico/biodinamico, c’è sempre uno che decide quando fermare la maturazione, quanto far durare la fermentazione, quali lieviti usare e tutte le altre scelte che si fanno in cantina.

    Detta così ok… ma poi che tipi sono gli enologi?
    A metà tra un contadino e uno scienziato da laboratorio.
    Scordatevi i fasti scintillanti dei calici e dei pinguini che servono Krug: li trovate in campagna, in cantina o sporchi di terra in vigna. Quando arriva la vendemmia salutano i loro cari come se stessero partendo per la guerra (li rivedranno un mese dopo, sconvolti dalle 24 ore al giorno di lavoro) e dalle sbornie di vino rosato.

    Domanda: l’enologo serve al vino?
    Eccerto! Altrimenti chi lo fa il vino buono? Vostro nonno?

    I superfan dei vini naturali (vedi capitolo dedicato su questo blog) ti diranno che l’enologo non serve e che gli interventi in cantina devono essere minimi o nulli. Ma questa è una storia di cui abbiamo già parlato, ed è la più grande e silente guerra enoica che esista.


    IL SOMMELIER

    Raga, qui si apre un mondo. Negli anni ’60 in Italia c’erano circa 200 sommelier: oggi la sola AIS (principale associazione) conta 40.000 associati. Poi ci sono le altre associazioni (almeno una decina), più ONAV, WSET… insomma, una marea.

    Ma torniamo alla base: chi è e cosa fa il sommelier nella cultura popolare?

    Il sommelier è un critico del vino. Stappa una bottiglia, ne versa un goccio, lo guarda, lo odora, lo assaggia. Ha le capacità — dovute a studio ed esperienza (leggasi: bottiglie stappate) — per giudicarlo e decidere a quale cibo abbinarlo.

    Questa dovrebbe essere la base: il sommelier professionista lavora nei ristoranti che hanno una ricerca approfondita del gusto e sceglie quali vini abbinare.
    Ma se contiamo che in Italia ci sono 393 stellati, siamo un attimo in overbooking di figure da collocare.

    Ed è lì che nascono i mostri (tipo me).

    Vi spiego meglio (spiegone alert):

    Alla prima lezione del corso da sommelier sembriamo un gruppo di alcolizzati intellettuali che hanno deciso di sublimare la loro dipendenza. Finito il primo livello c’è una bella scrematura, e restano più o meno queste figure:

    • il cameriere del ristorante che fa un upgrade per la sua carriera
    • il tipo che lavora in cantina e non sa che il titolare gli sta pagando il corso per farlo parlare con gli stranieri il sabato e la domenica
    • il professionista benestante del circolino che vuole fare il figo col vino
    • quelli che credono che il vino possa dargli una nuova opportunità lavorativa e ci credono davvero (vedi me)

    Bene o male l’asse è fatto.
    Qualcuno collaborerà con l’associazione di riferimento, qualcuno si girerà tutte le fiere di settore, ma per la maggior parte (mila mila mila persone) rimarrà una skill da mettere nel cimitero dei wannabe qualcosa.

    Domanda: il sommelier serve davvero al mondo del vino?
    Sni.
    Il sommelier serve, sì.
    Servono tutti questi sommelier? No.


    IL WINE INFLUENCER

    Raga, guardiamoci in faccia: il mondo degli influencer è in decadimento totale.
    Da quando la bionda ha fatto un macello con i panettoni, si è un po’ sgretolato tutto.
    Non per giudicare o fare il boomer: è proprio questione di cicli. C’è un inizio e c’è una fine.

    Il mondo del vino non poteva esimersi: i wine influencer proliferano giorno per giorno, ma spesso parlano a un circolo ristretto di persone che capiscono la terminologia e sono già esperte del settore.

    La fantasia di divulgare il vino rimarrà solo fantasia?
    Chi può dirlo. In fondo è quello che provo a fare anche io.
    Distinguiamo però chi prova a divulgare davvero da chi si spara le pose con le bottiglie importanti.
    (Non siamo uguali: tu sei molto più ricco.)

    C’è inoltre una mega faida tra enologi e wine influencer.
    Se non mi credi, guarda la pagina Instagram @enologibrutti.

    Domanda: servono i wine influencer al mondo del vino?
    Credo che il vino sopravviverebbe lo stesso anche senza…
    però danno un tocco di colore alla scena.


    MORALE DELLA FAVOLA

    Enologi indispensabili, sommelier utili, influencer discutibili…
    ma il vino, tranquilli, se la cava benissimo da solo.

    Siamo noi che abbiamo bisogno di sentirci importanti.

    In vino veritas… ma anche no.
    Che poi alla fine basta un calice pieno.


    Canzone consigliata per la lettura: “Bring Me to Life” – Evanescence

  • FA BENE O FA MALE?

    (ZERO FAKENEWS, SVISCERIAMO TUTTO)

    Scrollando Instagram mi è capitato di vedere uno di quei post dove si diceva che prima del 1956 nelle scuole francesi veniva servito il vino a mensa. Le foto ritraevano bambini delle elementari con bottiglie e bicchieri colmi che neanche noi il venerdì sera all’aperitivo.

    Domanda spontanea: che aspettativa di vita aveva un ragazzino di quelli?

    Ora, non ho sbatti di andarmi a cercare in Provenza il tipo di 75 anni che si ricorda e poi presentarmi con: «Bonjour monsieur, je m’appelle Massimo e je suis un blogger d’Italie, c’est vrai qui tois bois du vin à l’école?» Però penso che non siano proprio tutti morti quei ragazzi, in fondo sto vino se ha fatto danno ne ha fatto poco…

    Altra storia: scopro che in passato agli atleti del Giro d’Italia nei rifornimenti veniva dato vino, poco alcolico, così aiutava a reintegrare gli zuccheri e dava una spinta energetica. Oggi se hai bevuto non puoi guidare.


    IL LATO OSCURO DEL CALICE (A COSA FA MALE)

    Raga, è inutile che ci giriamo intorno: il rovescio della medaglia c’è.
    Come tutte le cose buone, anche il vino (che per me è la cosa più buona del mondo) fa male.

    • Fegato (fa accumulare grasso che può diventare cirrosi)
    • Sovrappeso (il vino sono calorie vuote e fa ingrassare)
    • Disturba cuore, intestino, sonno
    • Ti rovina il giorno dopo con l’hangover
    • Ti disidrata
    • Crea dipendenza
    • E nel mio caso ti rovina il conto in banca

    Però… ci deve essere un “però”, altrimenti saremmo tutti autolesionisti (che un po’ lo siamo, ma intendo altro).


    IL SUPERPOTERE NASCOSTO (A COSA FA BENE)

    Raga, la chiave di tutto è il resveratrolo. Mai sentito? (No, ovvio).
    Il resveratrolo è una sostanza presente nella buccia dell’uva che funziona come un potente antiossidante e aiuta a migliorare la circolazione cardiovascolare. Una ca**o di superstar polifenolica!

    • Mette buon umore: vi siete mai sentiti tristi mentre bevevate vino con gli amici? (Io sì, quando finiva la bottiglia).
    • Favorisce il relax: ottimo per scaricare le tensioni della giornata, o per distendere una conversazione pesante (tipo quando vai a cena dall’amica di tua moglie e il marito ti sta sulle pa**e. Bevi!).

    È LA DOSE CHE FA IL VELENO (SE CIAO)

    Le linee guida dicono che il vino va consumato moderatamente: 1 dose per le donne e 2 per l’uomo al giorno.
    Sapete quanto è una dose? 125 ml.
    Ovvero il calice che ti mette il cameriere dopo che hai fischiato per chiamarlo.

    Centoventicinquemmelle.
    Neanche capisco il colore con 125 ml.

    Comunque questo è: siamo passati dal darlo ai bambini alle elementari ai 125 ml.
    Senza contare le nuove leggi che, se superi queste dosi e guidi, ti ritirano anche il profilo Instagram. (Però è giusto).


    MORALE DELLA FAVOLA

    Il vino non lo venderanno mai in farmacia come integratore, ma fa parte della nostra cultura: lo beve il prete a messa e non esiste conviviale senza.
    Non allungherà la vita, ma di certo la rende più simpatica.

    In vino veritas, ma anche sì: perché un astemio avrà sempre un segreto da nascondere.


    🎵 Canzone suggerita per leggere l’articolo: Silvano di Enzo Jannacci (ascolta il testo e pensa al vino).

  • Vin’ a porter

    (e se i vostri gusti cambiassero in base alle mode?)

    La prima domanda che mi viene da fare a un produttore è sempre la stessa:

    “Nel tuo vino c’è quello che piace a te o quello che piace al mercato?”

    La risposta non è mai così scontata.
    Ci sono i duri e puri alla Josko Gravner che ti direbbero: “C’è quello che piace alla mia famiglia”, e poi ci sono altri – che non fanno i vini di Gravner – ti diranno che strizzano un occhio alle tendenze.

    Raga, fidatevi: c’è un mondo di special analyst, psicologi del decision making che passano la giornata a studiare cosa vi spinge a scegliere quella bottiglia di vino invece di un’altra.
    (Sì, lo so che è il prezzo, mascalzoni!)

    E la stessa cosa vale per noi, tra virgolette (ma tante, nel mio caso), “esperti”: anche noi siamo influenzati dalle tendenze.

    Dagli anni ’30 agli anni ’60

    (Come beveva mio nonno. E anche il tuo)

    È cambiato proprio il concetto di vino.
    La ricerca dello stile, della qualità e dell’originalità che c’è oggi era impensabile per i nostri nonni.
    Il vino faceva parte del pasto, era fermentato fatto in casa (autoprodotto o barattato col vicino), messo nella brocca e usato a pranzo e a cena.

    Ora, immagina di catapultarti nel tempo.
    Arrivo io, il “sommelier”, “l’assaggiatore divino”, con il mio “tastevin”, e busso a casa di mio nonno esclamando:

    “Salve! Noto che lei è un winelover amante dei nature, vedo che non disprezza la volatile… ma da wine educator mi lasci proporre qualcosa di alternativo…”

    Secondo voi quale sarà la mia fine?
    E perché proprio in fuga dal paese, inseguito da mio nonno e gli amici col forcone?

    Gli anni ’60 – La revolución!

    Raga, gli anni ’60 sono stati rivoluzione pura: diritti civili, hippie, rivoluzione sessuale, movimenti studenteschi, moda…
    Secondo voi il vino poteva restare fuori?

    Si inizia a parlare di qualità, si capisce che terreni + vitigni + mani consapevoli = terroir = vino memorabile.
    Il vino diventa status symbol: si scoprono annate pregiate, nascono DOC e DOCG.

    Il vino pop?
    La Barbera.
    Sì, quella che oggi è la sorella povera del Barolo.
    All’epoca era ovunque. Piaceva a tutti.
    (Pensate che regalavano Barolo a chi comprava due bottiglie di Dolcetto d’Alba. Giuro.)

    Nel frattempo, giù in Franciacorta, iniziano a miscelare Chardonnay e Pinot secondo il Metodo Classico (aka Champenois se volete fare i fighi), e nasce lo spumante italiano più trendy.

    Nel centro italia, un contadino visionario pensa che il vino della sua terra non ha nulla da invidiare come struttura o longevità ai grandi vini del Nord, così Emidio Pepe fa conoscere al mondo il Montepulciano D’Abruzzo che presto diventerà un icona nel mondo vinicolo. (Non era una marchetta neanche questa ma se Nonno Emidio vuole, chi sono io per rifiutare)

    Il Brunello di Montalcino non aveva una sua Docg all’epoca ma già era considerato un top player, cioè quando il presidente Saragat è andato in UK a conoscere Queen Elisabetta cosa credete che le abbia portato? esatto, un Biondi-Santi riserva del ’55.

    ANNI ’80: IL BOOM!

    Si chiamano Boomer perché hanno vissuto il boom economico.

    Con uno stipendio in famiglia si faceva tutto: si risparmiava e, con due stipendi, ci scappava la casa al mare e la barchetta.

    E quando non sai che fare con i soldi, iniziano le passioni.
    Il vino è una di queste. Nasce la figura dell’enologo.

    I Barolo Boys, guidati da Elio Altare, rivoluzionano il Barolo e lo portano negli USA. (Spoiler: googlate, storia fighissima)

    Esteticamente? Anni terribili.
    Vestiti orribili, capelli orrendi, musica pessima uscita dai primi strumenti elettronici ridicoli.
    Guardate l’album dei vostri genitori se non ci credete.

    E cosa bevevano i giovani boomer?

    Matheus (vino portoghese in bottiglia a forma di borraccia)

    Lancers (concorrente, sempre portoghese, bottiglia in terracotta)

    Ma il must-have se vuoi far brillare la tipa che hai portato a mangiare un piatto di pennette alla vodka o un risotto champagne e fragole era solo il mitico Greco di tufo dell’azienda feudi di san gregorio che in quegli anni avrà raggiunto fatturati monstre grazie alla dilagante moda dei bianchi campani Greco e Falanghina su tutti.

    Anni ’90 – Se non sa di legno non lo vogliamo

    Lo strascico dei vini portoghesi si fa ancora sentire, ma… arriva la barrique!
    Piccole botti di legno che trasformano il Barolo in vino internazionale.

    Mentre Elio Altare & co. rivoluzionano il Piemonte, in Toscana nasce la leggenda dei Supertuscan.
    Bolgheri, Cabernet, enologo top (Giacomo Tachis) e il gioco è fatto: Sassicaia, Ornellaia, Tignanello.

    E il vino “da figo”?
    Il Galestro capsula viola di Antinori (tutto frutto e zero minerale)
    Oggi neanche come succo di frutta.
    (Perde una blind col Tavernello a mani basse.)

    Intanto, nasce l’enoturismo: la gente paga per andare a farsi i cazzi dei vignaioli, che tolgono i panni da contadini e diventano storytellers.

    Dal 2000 a oggi (preferirei del verde tutto intorno)

    Finita l’era della barrique per tutti, il gusto si affina.
    I grandi vini restano grandi: Barolo, Brunello, Amarone, Supertuscan.
    Ma si affermano anche Etna e Pinot Nero (dal gusto più leggero ed elegante)

    Tra i bianchi, Franciacorta + Trento DOC + Alta Langa.
    Friuli? Regna Gravner, e la Ribolla in anfora diventa poesia.
    Si riscoprono vitigni minori: Fiano, Grechetto, Trebbiano.

    Ma la vera rivoluzione è verde:
    Biologico, biodinamico, sostenibile.
    Nascono i vini naturali.
    (Alcuni non si possono bere. Altri sono autentiche chicche.)


    Morale della favola?

    Ogni epoca ha avuto le sue mode e le sue schifezze.
    Ma la qualità vera ha scavalcato tutto.
    Il Brunello era buono nel ’55 ed è buono anche oggi.

    E tu, ritieniti fortunato:
    saresti potuto morire convinto che il Lancers fosse divino.


    In vino veritas, ma anche no.
    Ma almeno adesso sai cos’è il Galestro.

    🎵 Canzone consigliata per leggere l’articolo: “Sfiorivano le viole” – Rino Gaetano

  • Cocktail con il vino, eresia o sepòfa’?



    Non fate quella faccia…

    Vostro nonno metteva le pesche nel vino e lo allungava con la gassosa: cos’era, se non un invention test di mixology?

    Ebbene sì, secondo me il primo cocktail in cui è stato usato il sacro nettare è assolutamente vino e gassosa, nella versione mezzo e mezzo (come piaceva ai contadini abruzzesi) o sciampagnino, coniato dai marinari.
    Realizzato per far durare di più il vino? Per ammorbidire i fermentati contadini imbevibili? Non ci è dato saperlo, ma fatto sta che mischiare le bevande ce l’abbiamo nel sangue.

    Come al solito, il mondo enologico è diviso: usare il rosso del nonno per un cocktail va bene, ma cambiamo tutti faccia se si alza la qualità del vino. Tipo:

    “Buono questo Bellini, che spumante hai usato?”
    “Krug Grande Cuvée 173ème Édition (e le pesche di Eurospin)”


    I superalcolici sì, il vino no?

    In fondo per i superalcolici funziona così:
    a 18 anni bevevi la vodka del discount con la lemonsoda fake dalla barista carina in discoteca.
    A 30 ci metti 3 ore a scegliere un gin e una tonica dalla carta infinita del cocktail bar al 13° piano.

    Ma per il vino no.
    Il nettare sacro non si mischia!
    Eppure…


    🧡 SPRITZ, IL COCKTAIL ITALIANO PIÙ FAMOSO AL MONDO

    (Che hanno inventato gli Austriaci)

    Sì, raga. L’invenzione di questa pozione magica si deve proprio ai soldati austriaci che, verso la fine dell’800, decisero che il vino bianco friulano (all’epoca si chiamava Tocaj — ma questa storia ve la racconto un’altra volta) era troppo forte e iniziarono a spruzzarci — spritzen, in teutonico — dell’acqua frizzante.
    (Potevano vincere la guerra?!)

    La magica bevanda a base di acqua frizzante e vino bianco si è diffusa in tutto il nord, in particolare a Venezia e Padova, dove ne hanno fatte due versioni:

    • con vino bianco e bitter Select
    • con prosecco e bitter Aperol

    Una fettina d’arancia a guarnire, e con il diffondersi della moda dell’aperitivo tutta Italia ha iniziato a farsi di bevande arancioni.

    Parere mio?
    Ottima scusa per mischiare il prosecco da 1 euro con un goccio d’Aperol e farlo pagare 7 euro.
    (Si finisce sempre al vile denaro.)


    🍷 SANGRIA: IL MIX LATINO PARTY ADDICTED

    (Che poi è un po’ pesche e vino del nonno)

    C’era la luna e c’erano le stelle, c’era una nuova emozione sulla pelle e secondo voi che c’era da bere?

    Pinot nero di Borgogna? No.
    Barolo del Monferrato? No.
    Chablis Premier Cru? Ma come ti viene in mente.

    C’erano 5 litri del fiaschetto preso in offerta al supermercato, messi dentro una brocca (o, se sei fortunato, in mezza anguria scavata) con frutta a piacere, un goccio di rum e dello zucchero.

    Detta così non la berrebbe neanche la mia cagnolina Penny, ma se sei in estate e porti la sangria… si accende subito il party.

    • Primo bicchiere: ti viene in mente Ricky Martin che canta La Copa de la Vida
    • Secondo: Despacito
    • Terzo: piangi sulla bachata No vale la pena enamorarse

    Parere mio?
    Sì, lo so che fa cagare e che domani avrò il mal di testa… ma dammi un altro sorso che mi parte il Bad Bunny.


    🥂 IL RE È NUDO. ANZI, TROPPO VESTITO:

    LO CHAMPAGNE NELLA MIXOLOGY

    No, raga. Va bene spritz e sangria…
    ma con Sua Maestà non ce la faccio.
    Sì, lo so che il parere personale lo devo mettere alla fine.
    Quindi vediamo prima che si sono inventati i barman.

    🍋 French 75

    Praticamente gin + champagne.
    Nel gin ci si mette la tonica, non lo champagne, cribbio!
    C’è chi dice che lo abbia inventato un barista americano durante il proibizionismo, chi invece lo attribuisce a un barista dell’Harry’s Bar di Parigi negli anni ‘20.
    Unica certezza: prende il nome da una pistola dell’esercito francese.

    🍇 Kir Royal

    Champagne + crème de cassis (liquore al ribes).
    La storia vuole che lo abbia inventato un cameriere a Digione con del vino bianco (Aligoté), unito a questa crema di ribes.
    È piaciuto talmente tanto al sindaco (Monsieur Kir) che ha iniziato a farlo servire ovunque.
    Poi ci hanno aggiunto lo champagne, l’hanno chiamato Royal, e via:
    Bellini → Bellini Royal
    Mimosa → Mimosa Royal
    Rossini → Rossini Royal

    Se ti sembra di averlo sentito è perché era il cocktail preferito di Emily in Paris.

    Parere mio?
    Non sono male, ma se sostituisco lo champagne col prosecco (così mischiato) non te ne accorgi.
    E fidati che lo farò, perché se fai un Kir Royal con un Jacques Selosse te lo rovescio addosso.


    🌶️ SPICY SAUVY B & I TREND SOCIAL

    Raga, il mondo è questo.
    Basta con l’inutile retorica del “si stava meglio prima”, “spegnete i cellulari e parlatevi” oppure “io sono figo perché non ho i social”.

    La comunicazione parte da lì.
    E se oggi scopri un cocktail nuovo, come lo fai girare?
    Esatto: TikTok.

    Ed è proprio lì che è nato lo Spicy Sauvy B: sauvignon blanc + rondelle congelate di jalapeño.

    “Perché proprio il Sauvignon?”

    spoiler: spiegone tecnico in arrivo.

    Nel Sauvignon ci sono le pirazine, molecole aromatiche che danno quel tipico sentore di peperone verde.

    Quindi il genio su tiktok ha pensato:

    “Se ci sento il peperone… ce lo metto davvero.”

    Parere mio?
    L’ho fatto. È buono. Il Sauvignon Blanc non viene stuprato.
    Il finale spicy è gradevole e la foto è Instagrammabile.


    🧠 MORALE DELLA FAVOLA?

    Abbiamo una fortissima passione per la critica e riteniamo il vino una bevanda intoccabile. E ci sta.
    Critichiamo i francesi che mettono il ghiaccio nel vino, ma loro riescono a essere strafighi perché lo chiamano “vin à la piscine”.

    Il vino è il vino, i cocktail sono i cocktail.
    Ma a volte basta aprire la mente per scoprire nuovi mondi.
    E magari anche nuovi modi di bere.

    E se non ti parte la voglia di uno Spicy Sauvy B, forse stai leggendo il blog sbagliato.


    In vino veritas… ma anche no!

    Ma intanto… iscriviti, ché è gratis. E porta anche un po’ di jalapeño.

    🎧 Canzone suggerita per leggere l’articolo:
    “Somebody to Love” ma la versione live di George Michael al Freddie Mercury Tribute
    (Mica ti aspettavi Bad Bunny.)