IL VINO E’ DIVENTATO NOIOSO? (cronaca di un amore che non arriva alla Gen Z)

I millennials, nei quali rientro per mera fortuna essendo nato nel 1981, sono probabilmente una delle generazioni che ha normalizzato di più il consumo di alcol.

Facciamo un paio di considerazioni.

Siamo stati i figli del boom economico, nati e cresciuti nella golden age degli anni ’90. Per inquadrarci storicamente possiamo dire che, mentre nei walkman suonava Hanno ucciso l’uomo ragno, i nostri genitori stavano facendo un lavoro che non li distruggeva fisicamente come la generazione precedente e che, soprattutto, forniva uno stipendio a fine mese utile a comprare casa senza mutuo, casa per le vacanze — mare o montagna — automobile berlina e vestiti firmati.

Quella che oggi è la vita riservata ai Ferragnez di turno era, più o meno, la vita delle famiglie medio-borghesi italiane.

E noi figli, mentre vedevamo MTV, sognavamo di frequentare locali prestigiosi dove consumare la nostra paghetta.

Questo ha fatto di noi una generazione di consumatori.
E vi stupirò, ma i consumatori: CONSUMANO!

In psicologia esiste una teoria di tale Maslow — non ho né sbatti né competenze per spiegarvela tutta, googlate! — che pressappoco mette i bisogni umani in una piramide, partendo dai bisogni basici, tipo mangiare e respirare, per arrivare in cima ai bisogni più spirituali: la giustizia, l’autorealizzazione ecc.

Il presupposto è che, se non soddisfi un bisogno basico, difficilmente arriverai ad avere un bisogno superiore.

Vi ho fatto questo spiegone perché mi fa pensare un po’ al ragazzo anni ’90 che aveva casa pagata, lavoro soddisfacente, cash in tasca: il bisogno successivo diventava esplorare il mondo del piacere, anche tramite il vino.

Il ragazzo della Gen Z, invece, si sbatte per trovare un lavoro dopo essersi formato per anni. Il lavoro, se pagato, è sicuramente sottopagato e, con quei soldi, solo i più fortunati riescono ad accedere al credito per comprare una casa.

Secondo voi, la butto lì: il bisogno di assaggiare il Dom Pérignon — che nel frattempo è passato dal costare 80.000 lire a boccia a 350 euro — quando insorgerà?

Esatto: mai.

Ovviamente non possiamo ridurre tutto a un mero discorso economico, perché c’è anche chi può permettersi benissimo tutto il vino che vuole, ma sceglie comunque il gin tonic fatto con l’acqua brillante o la birretta.

I WINE TELLER

Esiste un movimento di persone che non lavora direttamente con il vino. O meglio: non produce e non vende vino, ma si limita a raccontarlo per passione.

Un po’ quello che faccio io con questo blog.

Persone che hanno passione, hanno acquisito competenze e cercano di divulgare un po’ di questa conoscenza raccontando le bottiglie di vino.

Il giochetto è che, se sai cosa andare a cercare in un calice, il vino che stai bevendo risulterà più buono. E fidatevi: funziona.

Forse non solo con il vino, anche se non conosco il fruit teller o il Coca-Cola teller, ma probabilmente è un limite mio.

Funziona, però, a patto che tu stia parlando con una persona nata tra il 1960 e il 1996. Dopo di che scatta un problema di comunicazione.

Non puoi spiegare cosa hanno fatto i Barolo Boys a un ragazzo nato nel 2000. Non gliene frega nulla.

Se ne sbatte della malolattica e delle chiusure Stelvin. La guerra tra naturali e convenzionali pensa sia una storia di chirurgia plastica e probabilmente ha ragione!

I GEN Z

I nati tra il 1997 e il 2012.
Quelli che usano parole tipo crush, chill e drip.
Quelli che ascoltano la trap.
Quelli che, per rimorchiare, usano i social.
Quelli che conoscono gente famosa solo su TikTok o su YouTube.

Quelli che hanno rimesso al centro della loro vita l’ambiente, la salute mentale e quella fisica in generale.

Nello scontro intergenerazionale, capite bene che usiamo modi di fare e di parlare totalmente diversi. Non tanto nella comunicazione, quanto nel modo di pensare il tempo libero.

Se pensate che lo concepiscano come noi millennials, siete totalmente fuori strada.

Quindi, se riuscite a immaginare di avere vent’anni oggi, davvero stareste ad ascoltare un pinguino con aria superiore che vi viene a spiegare quanto quel vino rosato ha macerato sulle bucce?

IL CIRCOLETTO

Tutt’altra cosa è prendere quella piccola percentuale della popolazione che condivide la passione enoica, si riunisce in case, enoteche o piazze virtuali a parlare con termini che capiscono solo loro, di cose che interessano solo a loro, creando un altro mega gap con la popolazione “normale”.

Troppo pochi per giustificare il peso di un’industria che, in realtà, non li ascolta più.

La grande verità è che il vino non viene fatto per l’esperto, o per lo pseudo tale. Sarebbe folle e troppo costoso.

L’industria segue i gusti della stragrande maggioranza della popolazione, che si innamora di vini che un “esperto” non userebbe neanche per fare la sangria.

MORALE DELLA FAVOLA

Gli anni ’90 sono finiti da un pezzo.

I produttori di vino devono pur campare e vanno incontro al mercato.

I wine teller raccontano le storielle ai coetanei.

I vini diventano tutti uguali e quelli che differiscono un po’ sono andati fuori budget.

E poi ci lamentiamo che i ragazzi hanno perso interesse.

Il vino è sentimento, emozione, scoperta.
Non potrà mai essere noioso.

Però noi sì.

In vino veritas, ma anche no.
E forse è ora di un esame di coscienza generale.


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