Ricarico del vino! non prendiamoci in giro!

Noi figli del benessere degli anni ’80 ricordiamo perfettamente com’era la vita all’epoca, ma facciamo le cose fatte bene.

Io sono nato nel 1981 e i miei genitori avevano una tabaccheria, quindi nella scala sociale ci piazzavamo nel mezzo: non ero figlio di ricchi, ma neanche di poveri. Vivevo in una media borghesia che ci permetteva di fare due vacanze l’anno, fare la spesa nell’alimentari sotto casa comprando primizie — che poi le primizie ce le insegnava la tipa dell’alimentari, mica mamma aveva TikTok — e andare al ristorante ogni volta che volevamo.

Il tutto con qualche sacrificio, ma ovviamente sostenibile.

E questa era la vita delle famiglie medie italiane: i discount non esistevano e ho vaghi ricordi di compleanni dove mio padre, o chi per lui, stappavano Dom Pérignon, con le dovute cautele e gli entusiasmi che si riservano a una bottiglia buona. Sembrava una cosa rara, ma fattibile.

Veniamo all’esempio vero, altrimenti vi mando in sbatti con tutto ’sto preambolo.

All’inizio degli anni ’80 lo stipendio medio di un lavoratore era di circa un milione e mezzo; oggi lo stipendio medio è di circa 1.500 euro.

Una bottiglia di Dom Pérignon all’inizio degli anni ’80 costava 40.000 lire, oggi costa 270 euro.

Capite che l’approccio a una bottiglia di lusso, per la classe media, è totalmente differente.

In un articolo precedente spiego bene — o quasi — come si determina il costo di un vino, ma oggi non voglio parlare di tempo in cantina e affinamento sui lieviti.

Voglio parlare di ricarichi!

CRISI DEL VINO

Ormai è storia comune: il mercato del vino è in crisi, le nuove generazioni non bevono, non si approcciano al vino e lo stesso sta sparendo dalle tavole degli italiani.

Qual è l’interrogativo che il mondo del vino si fa?

Me lo vedo il tipo nella stanza dei bottoni del marketing vinicolo che dice:

“Le nuove generazioni non bevono perché sono attente alla salute, hanno uno stile di vita fit e l’alcol va a cozzare con questo ragionamento?

Perfetto, ecco l’idea, perché non ci ho pensato prima…

Tolgo l’alcol dal vino…

Ripeto…

TOLGO L’ALCOL DAL VINOOOO!!”

Prima considerazione: ma chi l’ha detto che il vino senza alcol è una bevanda allettante?

Cioè, riflettiamo: il target di riferimento dei consumatori di vino sono gli alcolisti che poi si sono trasformati in sommelier, degustatori, winefluencer e tutto quello di cui vi parlo in un precedente articolo, ma sempre alcolisti rimangono — restiamo.

Se non ci fosse piaciuto bere alcol finivamo a fare i sommelier della Coca-Cola e magari la Pepsi d’annata costava come un Emidio Pepe.

Seconda considerazione: ma vi è mai venuto il leggero sospetto, ma proprio leggero, che — la butto lì, eh — tante volte il vino costi troppo?

Magari i ragazzi vanno a cena e di spendere 60 euro per una bottiglia di vino non se ne parla, ma poi si ubriacano con la vodka del bangladino nel parcheggio della discoteca.

Per carità, sono considerazioni mie. Magari, se pensate che il vino dealcolato sia una scelta sensata, ben venga.

Vediamo se risolvete la crisi.

Io sto con i popcorn.

MA QUANTO COSTA ’STO VINO?

Stessa bottiglia:

Supermercato: 10 euro.
Enoteca: 20 euro.
Ristorante: 30 euro.

Ma perché?

Al supermercato — GDO — i grossi volumi permettono di mantenere un margine basso.

In enoteca paghi la consulenza e probabilmente il tizio dell’enoteca pagherà la bottiglia di più, mentre al ristorante ci sono tutta una serie di ragioni per cui il prezzo triplica, tra cui le spese del personale che te lo serve, l’IVA che il ristoratore paga appena batte il conto, lo stoccaggio, i bicchieri che deve lavare, il detersivo e altre spese che fanno lievitare il prezzo della bottiglia.

Ora, premesso che con 10 euro non compri neanche 5 litri di benzina, un vino mediamente bevibile starà sui 20 euro.

E badate bene: non stiamo parlando di chissà che vino, ma di un vino commerciale da supermercato.

Ricordate che negli anni ’80 il Dom Pérignon costava 40.000 lire, ovvero 20 euro.

Lo stesso apparirà in carta al ristorante a 60 euro.

E quale giovane — o meno giovane — dovrebbe spendere 60 euro per un vino commerciale facendo lievitare il conto della cena?

Risultato?

Coca-Cola a cena e dopo mi sbronzo con la vodka del bangla.

Ancora peggio è l’approccio ai vini di fascia premium.

Immaginate la stessa storia con una bottiglia da 80 euro alla base: vuol dire che deve andare in carta a 240 euro.

Praticamente invendibile.

E non serve essere un esperto: un qualsiasi Mario Rossi si siede al tavolo, vede la bottiglia, apre Vivino e la trova a 80 euro.

Si sente truffato come negli anni ’90 al casello di Napoli con il mattone al posto dell’autoradio.

CRISI SENZA FINE?

Non lo so.

Di certo qualcosa deve cambiare e non credo che convertire le produzioni in vini dealcolati sia la soluzione, anche se soprattutto all’estero c’è un mercato crescente, ma fanno forza anche i motivi religiosi.

Per quanto riguarda il nostro piccolo, un’idea interessante arriva da Ricci Curbastro, produttore della Franciacorta.

Si tratterebbe di stabilire un costo fisso di ricarico che copra le spese del vino, impostato sui 15/20 euro, e sommarlo al costo base della bottiglia.

In fondo non cambiano i costi che hai per una bottiglia scarsa o per una bottiglia premium.

Quindi immaginate: bottiglia da 20 euro — la famosa di prima — aggiungo 15 euro di guadagno e la mando in carta a 35.

Sicuramente più abbordabile.

Bottiglia premium da 80 euro: la mando in carta a 95.

Bottiglia di lusso da 250 euro: la mando a 265.

Aprendo le porte dell’accessibilità a tutti.

I vantaggi sarebbero notevoli: oltre ai prezzi più equi che incentivano le vendite, il ristoratore andrebbe a guadagnare con la maggiore rotazione e non lascerebbe le bottiglie di pregio come capitale fermo.

La trasparenza di prezzo, inoltre, porterebbe il cliente a non avere la percezione di truffa.

Per quanto mi riguarda, se triplichi mi bevo una bottiglia, forse.

Altrimenti viro su un calice.

Se sommi, me ne prendo due valutando la terza.

Con questo non capite male: non sto dicendo che i ristoratori siano dei truffatori.

Sono degli imprenditori che combattono con tasse e margini, a volte troppo bassi, soprattutto se vogliono fare le cose per bene.

È proprio il sistema che andrebbe rivisto.

MORALE DELLA FAVOLA

Forse, per far tornare la gente a bere vino, non serve togliere l’alcol

Forse basta smettere di far sembrare il vino normale un bene di lusso.

Perché se una bottiglia da 20 euro diventa 60, io magari non smetto di bere vino.

Semplicemente smetto di ordinarlo al ristorante.

In vino veritas, ma anche no! Ma buttate nel lavandino i dealcolati.

Canzone consigliata per leggere l’articolo

“L’anno che verrà” — Lucio Dalla

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